Beat e Millenials, generazioni precarie a confronto.

Immersi nella precarietà dei nostri tempi, la ricerca di un paragone con quella che fu molto più di una semplice generazione salita alla ribalta, genera suggestioni, speranze e rimpianti per quello che era allora, ma non adesso.

 

Fu Jack Kerouac, autore di On the Road, a coniare per primo il termine Beat Generation. Il Beat è l’abbattuto, lo sconfitto, l’uomo schiacciato dal suo tempo. Quale altro nome avrebbe potuto definire meglio la generazione di giovani subalterni dell’America del dopoguerra? Ma la parola ‘’beat’’ non indica solo la condizione di subalternità dei giovani del tempo ma anche uno stato di beatitudine, un’attitudine positiva nei confronti del mondo, in qualche modo l’entusiasmo e l’energia, la voglia di farsi ascoltare. La Beat Generation trovò insomma a suo modo le parole e le narrazioni giuste per esprimere la situazione politica e sociale dell’America degli anni ‘50, ma anche la necessità collettiva ed individuale di riscatto, il rifiuto di ogni conformismo.

‘’…everything is going to the beat – It’s the beat generation, its béat, it’s the beat to keep, it’s the beat of the heart, it’s being beat and down in the world’’ (Jack Kerouac, Desolation Angels’’)

La precarietà trova spazio e si esprime attraverso l’arte, la letteratura, abitudini di vita fuori dal comune. I Beat fuoriescono dal selciato, invadono spazi mai percorsi, creano sentieri, guidati da rabbia e allo stesso tempo da entusiasmo. Se da una parte infatti questi sono gli abbattuti, gli uomini schiacciati dalla vita, d’altra parte essi sono gli inventori di un modo di essere alternativo, di un nuovo paradigma. Le narrazioni dei Beat sono l’espressione di un’esigenza e un malcontento sociale comuni, sono narrazioni nelle quali non è difficile immedesimarsi.

La nostra generazione Y, quella dei ‘’Millenials’’, ovvero dei nati dagli anni ottanta ai primi anni duemila, dovrebbe sentirsi abbastanza vicina a queste narrazioni che parlano di precarietà, di insicurezza, della necessità e della voglia di fuggire altrove, che a volte ci sembra l’unica alternativa. Siamo anche noi dei beat, degli abbattuti, ma al contrario dei beat non siamo gioiosi, ci manca l’entusiasmo. Non creiamo più sentieri fuori dal selciato, ci sembra che non saremo noi a migliorare la nostra condizione. I Beat hanno fatto la storia, noi no, non ne saremo mai capaci. Le grandi rivoluzioni appartengono al passato. Eppure, quando leggiamo On the Road ci sembra di essere anche noi come Dean e Sal, in questo continuo viaggio senza meta, senza punti di riferimento né prospettive.

La precarietà di cui parla Kerouac in On the Road è una precarietà che ci è così familiare, è la parola d’ordine delle nostre vite. E’ la precarietà del lavoro, dell’alloggio, ma anche delle relazioni, dei sentimenti. Tutto ciò che sta alla base delle nostre vite traballa, e la nostra non è che una Vita Liquida, come direbbe Bauman, una vita non statica ma in continuo mutamento. Questo perché il contesto in cui viviamo non ci permette di essere soddisfatti, sicuri e stabili. Un lavoro stabile é un miraggio e di conseguenza anche tutte le nostre prospettive.

Anche i Beat partono dalla consapevolezza della propria subalternità, dalla loro insoddisfazione e del loro inappagamento, ma ne fanno la loro forza. A tutto questo rispondono trovando una via di fuga; partire, sulla strada. Una strada di incognite, attraverso la quale scoprono loro stessi. La precarietà è allora ciò che spinge a fuggire, ma allo stesso tempo qualcosa che spinge a costruire qualcosa di nuovo, qui e ora. Un nuovo modo di vivere, di esprimersi, di pensare.

La precarietà è allora il punto di partenza, non solo il limite. I Beat lo sanno, bisogna costruire a partire dalla propria condizione. Abbiamo perciò da imparare da quei giovani e meno giovani che come noi hanno vissuto una condizione di instabilità, cominciando ad essere non solo abbattuti ma anche gioiosi ed entusiasti. Iniziando a costruire, a partire dalla nostra condizione, una nuova strada, qui e ora.

 

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