Trainspotting, 20 anni dopo: il lupo perde il pelo ma non il vizio, Toxic’s attitude

 

Non potevamo segnare il ritorno di questo blog se non con la recensione del sequel del film culto per un’intera generazione.

 

 

 

Il primo film non necessità di grandi presentazioni: spaccato realistico e surreale di una realtà claustrofobica, avvinghiante e distruttiva.

Qualcuno si perde, qualcuno perde il controllo, qualcuno l’amava troppo, l’eroina, qualcuno viene tradito e qualcuno tradendo pare si salva, fuggendo nella terra promessa, Amsterdam.

Il determinismo classista è rotto, per qualcuno la possibilità di cambiare c’è… davvero?

È su questo dubbio che gioca il secondo film.

Il film disegna continui urubori psicologici, sottolineati da flash back, che rievocano situazioni passate che si mischiano con la scena presente. La prima manifestazione del tossico ventenne che fu, che incrina l’immagine risolta che il quarantenne vorrebbe essere, è il rientro di Renton nella sua cameretta claustrofobica, un pò come se rientrasse in un passato interrotto.

E gli altri? I traditi? Qualcuno al gabbio, qualcuno bloccato nell’attesa, qualcuno bloccato da se stesso e i morti che continuano a sussurrare negli spifferi del vecchio pub della zia di Sick Boy e nel vento tra i palazzi popolari immutati, solo più grigi, se possibile. Vite perse ma c’era d’aspettarselo, li abbiamo lasciati con l’amaro in bocca e il sogno infranto, soli e impossibilitati a cambiare.

La trama stessa del film si struttura sull’idea di riproporre la trama precedente adattata al contesto culturale attuale, poggiandola su uno sviluppo psicologico dei personaggi, molto ben riuscito per i principali e un pò scontanto per quelli secondari.

Il messaggio di fondo pare essere che l’eroina era solo una delle possibili espressioni di un disagio, che in questo film trova nuove declinazioni, e di una classe sociale e generazionale, che si era illusa di potersi riscattare nella vita, scoprendo poi di non avere i mezzi e le possibilità per partecipare.

Nessuno si salva. Nel migliore dei casi si finisce per adattarsi, nel peggiore si soccombe. Questa volta è chiaro che non c’è via d’uscita: sia le scappatoie che la “vita del cazzo” consumistica annichiliscono. Cala nettamente il numero dei personaggi che ruotano attorno ai principali e diventa sempre più centrale la famiglia.

I personaggi femminili sono pochi e spesso chiusi in ruoli scontati. Il personaggio più significativo è Veronika, la ragazza che Sick Boy vorrebbe come matrona della “sauna”, che nei suoi sogni vorrebbe far diventare il pub. Veronika è una bellissima immigrata slovacca che per vivere si prostituisce sotto la protezione di un noto pappone. Inaffidabile, attenta ai suoi interessi e commossa dal candore altrui, poteva essere sviluppato meglio. Le altre figure femminili appaiono tra le mura domestiche, dedite a crescere i figli abbandonati, eccezione fatta per Diane che è una realizzata avvocata ma è anche più cinica, paternalistica e distante.

Anche il finale cade nel famigliaristico e nella normalizzazione, ci si salva rifugiandosi nella famiglia, qualcuno lo sceglie e qualcuno si trova senza alternative. Sarebbe stato meglio fermarsi alla sconfortante conclusione che, non c’è svolta o ascensore sociale che tenga, non si scappa da se stessi. Non si scappa dal buco sociale in cui si nasce e dal disagio che ogni essere umano, che abbia la coscienza per riconoscersi tale, si porta dietro.

 

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