“Strikers”: la questione irlandese vista attraverso il calcio.

strikers

Da George Best a Bobby Sands, storie dall’Irlanda di ieri e di oggi..

 

 

 

 

 

 

 

Raramente mi è capitato tra le mani un libro agile e allo stesso tempo esaustivo come quello scritto dal giovanissimo Alessandro Colombini.

“Strikers” infatti, con molta semplicità, utilizzando il calcio come lente riflettente, ha il merito di  riuscire a restituire un affresco reale della questione irlandese e nello specifico di quella che è a tutti gli effetti una colonia nel cuore della civile e progredita Europa, quell’Ulster, reputata dai repubblicani nient’altro che la continuazione naturale della loro terra che ricade sotto la dominazione britannica e i cui abitanti, nei momenti più cruenti del conflitto, hanno subito trattamenti non molto dissimili da quelli perpetuati tutt’oggi ai danni dei palestinesi.

Attraverso un viaggio che ha avuto come tappe Dublino, Derry e Belfast, l’autore ci fa vivere quell’atmosfera tipica dell’Irlanda e ci accompagna idealmente dai brindisi in gaelico nei pub del Bogside di Derry, una delle roccheforti repubblicane della cittadina in cui avvenne la tristemente famosa “Bloody Sunaday”, ai murales di Belfast che immortalano scene fondanti della storia dell’isola irlandese vista da entrambe le prospettive (quella unionista e quella repubblicana) a seconda del quartiere  in cui ci si trova, fino ovviamente, agli stadi di calcio.

Proprio aver interpretato il calcio come “unità di misura sociale” è stata l’intuizione vincente di questo libro e lo dimostra già a partire dalla voluta “ambiguità” del titolo, “Strikers” che significa sia attaccante che scioperante, come i tristemente noti “Hunger Strikers”, dei veri e propri eroi nazionali agli occhi dei repubblicani, come Bobby Sands, di cui proprio oggi ricorre l’anniversario della morte dopo ben 66 giorni di sciopero della fame.

In fin dai conti, pur essendo stato spesso e volentieri sovraccaricato di significati in quanto termometro delle tensioni sociali tra cattolici e protestanti (per quanto la differenza confessionale ormai sia andata sfumando nel tempo) sfociate in “troubles” combinati da entrambi gli schieramenti,  il calcio irlandese, sia a livello di nazionale che a livello di club non ha da raccontare chissà quali e quante vittorie e, a parte il genio calcistico di George Best, non annovera nemmeno molti talenti nella propria storia.

Proprio il fuoriclasse che fece le fortune del Manchester United dal 1963 al 1974,  figlio e nipote di ultra-unionisti, (il padre è stato addirittura Presidente dell’ordine di Orange, una delle massime onoreficenze per i filo-monarchici) oltre a essere stato uno dei primi a esprimersi a favore dell’unione tra la nazionale calcistica dell’Eire e quella dell’Irlanda del Nord (come avviene già nel rugby e in altri sport minori), è al centro di una delle storie narrate in questo libro, in compagnia di vittime degli scontri di piazza e di squadre scomparse come i Belfast Celtics e dei derby della capitale nordirlandese, della loro trasposizione nei derby di Glasgow; di prigionieri politici e di anomalie calcistiche come il Derry FC che pur essendo nordirlandese, gioca il campionato di Irlanda, per via dell’elevato numero di disordini causati dalle sue partite contro le squadre “unioniste” fino ad arrivare a James Mc Clean, calciatore del campionato inglese, attualmente in forza al West Bromwich Albion, ma nativo di Derry, che ha rifiutato di indossare il tradizionale “poppy” per omaggiare i caduti dell’esercito britannico attirandosi un’inifinità di polemiche.

Un condensato di storie e aneddoti mai noiosi o banali che in piena conformità con la linea editoriale dell’interessantissimo blog di cui lo stesso Colombini è uno dei principali animatori, Minuto Settantotto, rappresentano la dimostrazione di come proprio il calcio sia una religione laica per il popolo che in esso riesce a trasporre le proprie pulsioni e aspettative di riscatto sociale, con buona pace dei soloni intellettualoidi dei salotti-bene che non riescono proprio a vedervi quella magia che ci vediamo noi inguaribili sognatori.

 

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