“..Marciavamo con l’animo in spalla!”

AldoBarbaro

 Di fronte a un 25 Aprile che il Presidente della Repubblica ha deciso di dedicare ai marò (!!!), ed a tutte le storture di quest’epoca, condita da muri, xenofobia e odio, il minimo che potevamo fare era pubblicare la trascrizione dell’intervento fatto l’anno scorso nell’ambito di una conferenza dedicata ad Aldo Barbaro, un partigiano catanzarese, organizzata dall’associazione culturale Venti d’Autore nel Palazzo della Provincia, e dedicata alla cittadinanza, affinchè possa riscoprire la figura di uno dei suoi figli più valorosi e che le sue vicende possano essere da esempio per i più giovani facendogli capire che ribellarsi non è solo possibile, ma necessario

 

*                                                            *                                                                *

“Spesso, al giorno d’oggi quando si parla di Resistenza, o forse come vedremo in seguito sarebbe meglio dire lotta di Liberazione nazionale, si corre il rischio di trovarsi in mezzo a un fuoco incrociato: da un lato, in piena concordanza con questo clima post-ideologico, si sostiene che questa sia un qualcosa di passato, di vecchio, e che bisognerebbe e che sarebbe molto più opportuno concentrarsi sui molteplici problemi della nostra epoca; di contro l’altra fazione tende a imbalsamarne il ricordo e magari anche gli studi in merito con il concreto effetto collaterale di rendere il tutto materiale da museologia avvalorando così la tesi avversa.

Dal mio modesto punto di vista, nessuno dei due approcci è deontologicamente corretto: uno snodo storico che concretamente è stato uno dei maggiori propulsori per una svolta epocale (nel senso letterario, giacchè dopo il 1945 iniziò una nuova epoca che, almeno in Italia, fu influenzata proprio dalla lotta di Liberazione), per forza di cose trae origine dal proprio passato e influenza il proprio futuro, quindi proprio alla luce di ciò, necessita di essere conosciuto, dibattuto e studiato correttamente, a fondo e in maniera accessibile per tutti.

Ecco, probabilmente al giorno d’oggi il nucleo del problema è proprio questo: della Resistenza, si parla poco e male.                  Se ne parla poco, perchè a parte qualche iniziativa sparsa sul territorio nazionale, non vi sono altre tracce nel dibattito pubblico; se ne parla poco, anche perchè non lo si fa adeguatamente già a partire dalle scuole dove la Resistenza viene considerata quasi alla stregua di un argomento sussidiario, un appendice della Seconda Guerra Mondiale e poi, parliamoci chiaro, nella tirannica corsa contro il tempo per terminare i programmi scolastici, i docenti vedono proprio nella Resistenza un argomento sacrificabile sull’altare dell’efficientismo.

Il risultato è che, al giorno d’oggi, ad esempio nelle scuole calabresi, sono sicuro che si parli più delle foibe (senza voler entrare nel merito di un argomento che meriterebbe una trattazione specifica) che della Repubblica di Caulonia, oppure estendendo il discorso a livello nazionale, spesso si parla più di foibe che di Resistenza tout-court.

E qui veniamo al secondo termine, se ne parla male per una serie di motivi: principalmente perchè in Italia si è sviluppata una tendenza in cui a parlare di quel periodo storico, ad assurgere al ruolo di massimi divulgatori, sono dei giornalisti, come ad esempio Pansa e Petacco, magari molto bravi nel loro mestiere, ma proprio il loro mestiere è essenzialmente altro rispetto a quello dello storico e ciò lo si può evincere, scorrendo le loro opere, dai molteplici passaggi marcatamente romanzati.

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Di contro, per molto tempo, c’è stata una difficoltà della così detta storiografia ufficiale a uscire dalle pastoie del classico canone antifascista, nato nell’immediato dopoguerra per soddisfare la frenetica esigenza di una memoria condivisa da ottenere a ogni costo e che ha prodotto una visione a tratti agiografica delle vicende resistenziali, tesa a mitizzarle più che a studiarle e contestualizzarle. Di conseguenza, non appena una pattuglia di storici più metodici e rigorosi ha deciso di destrutturare questo paradigma interpretativo, ha avuto vita relativamente facile. La punta di diamante di questo schieramento fu Renzo De Felice che poi forse si è spinto troppo in là facendosi sedurre dal suo oggetto di studi fin quasi ad abbracciarne le ragioni  e di conseguenza denigrare quelle opposte fino a coniare la celebre formula della «Leggenda rosa dell’antifascismo».

Il frutto avvelenato di tutto ciò è stato un progressivo e inesorabile slittamento a destra di tutto lo spettro politico nel dibattito, tant’è che ormai pur indignandoci ancora, non ci si meraviglia più delle continue equiparazioni tra partigiani e repubblichini (un’equiparazione che sebbene possa essere ipotizzabile da un punto di vista prettamente pietistico di fronte alla morte, è inattuabile quando si deve analizzare ciò che si è fatto in vita) ed a tante altre dichiarazioni provenienti da molte cariche dello Stato a dir poco revisioniste, intendendo per revisionismo non una legittima pratica storiografica, ma un’ideologia politica. Tanto per fare un esempio a noi non lontano nel tempo e nello spazio, le dichiarazioni del precedente inquilino di questo palazzo ( l’ex Presidente del Consiglio Provinciale Wanda Ferro di Forza Italia) sulla presunta «doppia obbedienza» dei partigiani comunisti, mi fece rabbrividire.

Come se non bastasse, lo studio e la riconcettualizzazione di questo periodo ha un altro avversario, purtroppo imbattibile, vale a dire lo scorrere ineluttabile del tempo, per cui i testimoni diretti stanno progressivamente volgendo al termine dei propri giorni e bisognerebbe cominciare a entrare nell’ottica che in un periodo di medio termine i protagonisti e gli animatori della lotta partigiana non ci saranno più, facendo così mancare le loro testimonianze, fondamentali per rendersi conto fino in fondo di cosa fu l’orrore del fascismo, dell’occupazione tedesca, della guerra e delle leggi razziali.

Di fronte a questo stato delle cose, reputo quantomai necessario lo sviluppo di iniziative dal basso, tese a ripensale questo snodo storico cruciale per il ostro paese e quindi sono fiero di aver partecipato a entrambe le spedizioni nella Valle di Lanzo, per quella che è stata a tutti gli effetti un’indagine su un campo di battaglia a cui ci siamo approcciati con la voglia di conoscenza e di salvaguardare questa storia , la nostra storia!

Una Storia che sebbene vada scritta con la maiuscola, non va vista come l’incarnazione di uno spirito ideale o trascendentale, ma come l’azione concreta di tanti uomini e donne giovani, dei quali basta vedere i nomi di battaglia che si erano scelti (da “Ulisse” a “Sandokan” tanto per citarne alcuni) per comprendere quanto essi fossero sognatori, amanti della vita e della libertà, costretti a combattere questa guerra per riscattare il paese e le loro stesse vite, perchè è giusto ricordarlo a scanso di equivoci, l’esercito partigiano non era considerato un esercito regolare e quindi, non rientrando nelle convenzioni internazionale come gli eserciti nazionali, era quello che subiva rappresaglie a dir poco brutali di cui la storia di quel periodo è tristemente piena. Tante storie diverse, tante microstorie che insieme vanno a formare la Storia della Resistenza che, nel rispetto delle differenti biografie delle diverse tipologie e delle impostazioni politiche, è bella e toccante proprio per questa diversità.

Dalla già citata Repubblica di Caulonia, alle Quattro giornate di Napoli, passando per Roma in cui la rivolta partì autonomamente dalle borgate (e proprio per questo suo spontaneismo era più difficile da inquadrare in reti cospirative di più  ampio respiro) a chi dava ospitalità ai “banditi”, a tutti i casi di resistenza passiva che aiutarono, a volte in  maniera determinante i partigiani che combatterono in montagna; oppure coloro che erano dediti ai sabotaggi nei centri urbani, fino ad arrivare agli operai, unico caso in tutto il panorama europeo delle resistenze durante la guerra, diedero forse la spallata decisiva al barcollante regime fascista.

D’altro canto noi siamo qui proprio per restituire alla cittadinanza tutta, una di queste storie, la storia del Ten. Aldo Serafino Barbaro che noi abbiamo avuto l’occasione di conoscere dapprima dai racconti del discendente diretto, nonchè nostro compagno Emiliano e successivamente dalla raccolta di dati e fonti che tutta la famiglia Barbaro, a partire dal padre, il Gen. Domenico Barbaro che appena tornato dalla Polonia, dove era stato internato per non aver aderito alla RSI, nonostante avesse già combattuto nella Prima Guerra Mondiale dove fu pluridecorato […]

Di conseguenza come avrete immaginato, Aldo ricevette un’educazione di tipo militare e ben presto divenne cadetto e allo scoppio del conflitto fu inviato al confine orientale tra Trieste e la Slovenia, fino a quel fatidico 8 settembre, quando il Maresciallo Badoglio, non senza ambiguità dichiarò l’Armistizio. aldo-b

Dico non senza ambiguità, perchè Badoglio disse che le truppe italiane non avrebbero sparato un colpo per offendere, ma avrebbero risposto al fuoco nemico. Chi fosse questo fuoco nemico, è demandato a libera interpretazione, ma se con gli Alleati era stato appena siglato l’Armistizio, non rimanevano che i tedeschi. Pertanto è più che comprensibile che molti giovani educati come Aldo ai valori della patria e della libertà e molti altri militari, decisero di combattere nelle formazioni partigiane.                    Il contesto era particolarmente delicato, l’Italia era stata abbandonata con fare pilatesco dalla sue massime cariche istituzionali ed era letteralmente allo sbando; la parte settentrionale era stata occupata dalle truppe naziste che, oltre a tenere artificialmente in vita lo stato fantoccio della RSI, lasciandosi andare in eccessi di brutalità che non furono mai più cancellati dalla memoria della popolazione (rea soltanto di avere dato ospitalità ai militari sbandati) per la stragrande maggioranza innocente e indifesa, perchè allo scoppio di quella che, nonostante la ritrosia di molti storici, si è rivelata essere a tutti gli effetti una guerra civile, soltanto due gruppi sociali avevano accesso alle armi o sapevano comunque maneggiarle: i militari ed i comunisti reduci dalla triste esperienza della Guerra Civile Spagnola, che sin dal congresso fatto nell’esilio francese del 1929, decisero di tornare, per quanto possibile in Italia per combattere il fascismo creando reti clandestine e chiudere definitivamente i conti non solo con il fascismo, ma con l’intera classe padronale per poter instaurare il socialismo anche in Italia.

Nonostante le evidenti differenze e le varie sfumature, le pur importanti personalità di altra estrazione politica e i vari livelli di collaborazione (o anche boicottaggio) di cui forse le azioni del gruppo di Aldo tra la Valle di Lanzo e la provincia di Novara, fu uno degli esempi più alti, come vedremo nell’intervento successivo, è su questi due nuclei che si impernia la storia militare della nostra Resistenza, forse la pagina più eroica e vincente scritta dall’Unità d’Italia in poi!

Infatti, prima di concludere questo mio intervento, mi sia consentito fare un’osservazione: con un celebre editoriale sul Corriere della Sera, Ernesto Galli della Loggia, parlò dell’8 Settembre come di morte della patria; ecco, qui forse sta il peccato originale di chi vorrebbe ridisegnare le coordinate ideologiche del nostro paese: è vero che morì una patria, quella del Re, del Duce, delle Leggi razziali, del patriarcato, e della partecipazione a una guerra di aggressione, ma a essa si sostituì  una nuova idea di Italia la cui immagine gettata nel fango dalla precedente classe dirigente, fu riscattata nell’onore da chi decise di andare a combattere in montagna, consentendo a quella parte di paese rimasto ignavo di poter pensare di non aver perso quel conflitto regalandoci una delle Costituzioni più avanzate dell’epoca e che, paradossalmente adesso sta per essere smantellata pezzo per pezzo da chi si autoproclama discendente di quella stessa tradizione, ma il lascito più grande che ci hanno lasciato i partigiani, è stato quello di insegnarci che ribellarsi è naturale è che la storia non è un qualcosa di già scritto, ma un processo in divenire di cui le masse posso e devono diventarne protagoniste per cambiare il proprio destino… Un po’ come dovremmo fare adesso!”

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