Una storia sbagliata lunga 40 anni


pasolini

Per quanto banale, era davvero impossibile lasciare passare il quarantennale della morte di una dei più influenti intellettuali non allineati che questo paese possa vantare, nonchè uno dei numi tutelari del “Becco del Tucano” senza celebrarlo con alcune riflessioni semplici e spontanee, ma allo stesso tempo non scontate.

Consci del pericolo di incorrere in quel conformismo così tanto detestato dallo stesso, non potevamo esimerci dal ricordare pubblicamente la figura di  quello che oltre a essere un artista istrionico (cineasta, pittore, romanziere, linguista, traduttore e saggista), è stato soprattutto pensatore libero e scomodo, un comunista eretico, allergico ai diktat di partito, tutto il contrario di quell’accozzaglia quasi informe di intellettuali organici a cui siamo abituati, a costo di uscite impopolari ( a volte realmente infelici), ma sicuramente attento come pochi agli ultimi, senza volerne nascondere i vizi e le debolezze.
Non è nostra intenzione discernere qui sulla sua produzione letteraria, c’è già tanta altra gente che, in cerca di un’estemporanea notorietà, si è riscoperta esperta; piuttosto preferiamo soffermarci sulla sua attualità a distanza di quarant’anni dal suo chiacchierato omicidio, a come interpreterebbe, colui che preconizzava il ritorno del fascismo sotto mentite spoglie oltre mezzo secolo fa, questo determinato periodo, in cui sebbene i vestiti siano di una fattura più pregevole, il fascismo è molto più vicino di allora e ha le sembianze di un partito unico che colpisce e criminalizza le opposizioni e annichilisce il senso critico in quelle che saranno le future generazioni, utilizzando come contropartita quell’eccesso di edonismo che Pasolini aveva già indicato all’inizio del boom economico e che adesso sta vivendo la sua sublimazione. E poco importa se al giorno d’oggi tutti “sanno”, perchè, anche qualora avessimo le prove dei misfatti che stanno facendo alle nostre spalle e sulle nostre spalle, riuscirebbero lo stesso ad autoassolversi con quell’arroganza di chi sa che la farà sempre franca, proprio perchè mancano pensatori simili;  e poi ci piacerebbe parlare con lui di calcio e  cercare le analogie tra questo e quello dei sui tempi.                                                                          

 Proprio il calcio, la sua e la nostra passione, oltre che quella di un popolo intero, capace durante quei 90 minuti di recuperare la spontaneità che la modernità voleva sottrargli e vedere come ancora una volta proprio il calcio sia lo specchio di questa nazione se non di quest’epoca in cui l’anima è stata barattata per qualche spot pubblicitario, i diritti per un i-phone in nome di quel progresso troppo impegnato a passare sopra le persone piuttosto che a scendere in mezzo ad esse.                                                  

Magari anche lui si sarebbe stancato di questo calcio e come noi avrebbe ricercato le emozioni autentiche ripartendo dal basso, dall’autorganizzazone tanto sportiva, quanto sociale e magari avrebbe boicottato dall’interno qualcuno di questi salotti televisivi inneggiando al calcio popolare e più in generale al popolo, lasciando esterrefatti tutti quei bigotti in giacca e cravatta, magari gli stessi che oggi in nome del politically-correct ne tessono le lodi, che parlano ( di calcio come di tutto il resto) senza sapere nulla in merito, ma ricordandogli chi sono e da dove provengono, fungendo da alfiere della memoria in un paese dove sembra che non ci sia posto per quella che non sia sotto tutela diretta dei nostri controllori. Ecco, forse più di ogni cosa, se avessimo imparato a preservare la memoria, la nostra di reietti urbani votati a essere contro lo status-quo, così come quella del nostro paese che dopo aver sperimentato la dittatura nella sua esteriorità più grossolana si è lasciato sedurre da profili più striscianti e allo stesso tempo più seducenti, ma ugualmente brutalizzanti, forse ci ritroveremmo ugualmente a scrivere quello che ci manca di Pasolini, ma con la consepevolezza di aver attinto in pieno l’insegnamento di uno dei pochi uomini che nel fango della vita quotidiana sono scesi per sporcarsi le mani e di cui noi, per la realizzazione di questo progetto, in fondo ci sentiamo debitori.

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