“A me è andata meglio di molti altri!” Appunti in libertà di un lavoratore stagionale calabrese.

soveratoNuda e cruda, a tratti rabbiosa, ma senza perdere la voglia di riderci sopra, l’esperienza di uno dei tanti lavoratori stagionali, forse più fortunato rispetto alla media, che tornano l’estate nella propria terra per racimolare qualche euro tra stenti e patimenti.

Con l’arrivo dell’equinozio di settembre, si può ufficialmente definire chiusa la stagione estiva, sia dal punto di vista temporale che dal punto di vista lavorativo; a maggior ragione in una terra come la Calabria che per far tirare a campare buona parte della sua gente ha bisogno di massimizzare il più possibile le risorse che questa offre in una regione altrimenti priva di mezzi, di stimoli e di voglia di fare.

Per il secondo anno consecutivo, essendo in bolletta e avendo d’altro canto un po’ di progetti da realizzare, mi sono ritrovato anch’io, ormai in prossimità dei trent’anni a fare lo stagionale. Non che l’idea mi facesse sprizzare gioia da tutti i pori, ma consapevole che i sacrifici, che tu lo voglia o no, fanno la parte del leone nella vita di un giovane in questa disgraziata epoca, e che il termine “choosy” non è altro che un forestierismo usato per cercare di innalzare di livello un discorso mediocre e criminale da parte di un ministro nefasto che con questo, tra un piantolino e l’altro, dava il la alla nuova tornata di macelleria sociale, mi sono rimbocasto le maniche e ho preso la fatica di petto come si dice da queste parti. Così, ho messo da parte, in ordine sparso: le mie remore, i miei titoli di studio, la gratificazione del fare durante l’anno un lavoro che, seppure non esattamente redditizio è quello che mi piace fare e mi dà l’opportunità di confrontarmi con alcune delle menti più vivaci e fervide del panorama nazionale, la consapevolezza di dover servire ai tavoli parecchia gente odiosa e arrogante e le velleità di farmi un’estate di reale vacanza spensierata.elsa-fornero
Il lavoro, almeno fino a quando si era in alta stagione ed il locale (probabilmente il posto più “alla mano” e open-mind della zona) era costantemente pieno, è stato duro, impegnativo e non esattamente gratificante (pur non rinunciando a ricavarmi momenti di divertimento, e di spensieratezza coi colleghi, con gli stessi titolari che fortunatamente erano miei coetanei ed anche coi clienti), ma tutto sommato nulla di estremamente differente da quello che avevo concordato al momento di stipulare il contratto lavorativo.tigrebianca Già, quel contratto lavorativo del quale mi sento di assicurare i (purtroppo tanti) lavoratori in nero, non è un essere mitologico, ma seppure in via d’estinzione più delle tigri bianche, e impigliato in una selva di tipologie da fare invidia a quella della “Divina Commedia”, tuttora esiste, non esattamente vivo e vegeto, anzi di gran lunga ridimensionato, storpiato e umiliato con l’avallo di una legislazione sul lavoro a dir poco criminale, che fa finta di non vedere ciò che è ormai lapalissiano e che con ogni probabilità è stata escogitata da gente che non avrà mai lavorato un giorno della sua vita sotto padrone. Ma a meravigliarsi nell’anno domini 2015, si fa solo la figura di essere, nel migliore dei casi dei venusiani sbarcati sul nostro pianeta per caso, dopo averne letto in precedenza.

Così come non è la meraviglia, ma bensì la rabbia o lo sdegno a scrivere la parte successiva di questa mia storia. Una storia che inizia in quel giorno che nel gergo dei lavoratori, viene chiamato San Paganino, il santo a cui anche chi, come il sottoscritto, non è affatto credente, siamo tutti devoti… Il giorno di paga!sanpaganino

Non che chi scrive sia stato pagato profumatamente: toglietevi dalla testa quelle retribuzioni all’ora in doppia cifra (per quanto in nero), di cui si sentiva parlare nei cosiddetti anni belli, e a dire il vero, per non doversi ritrovare ad affrontare un improvviso travaso di bile, anche quello che, di norma, sarebbe lo stipendio minimo, con relative garanzie, di un cameriere; ma come mi è già capitato di ripetere, erano tutte cose che sapevo già, che mi erano state dette in precedenza e su cui avevo già ponderato al momento in cui avevo preso la decisione di lavorare anche in quest’estate. Tuttavia con quell’alone di magia (nera) che solo la nostra Calabria riesce a regalarci, quello che, in ogni caso era destinato ad essere un sorriso a denti stretti per aver ottenuto nient’altro di ciò che mi spettava, si è trasformato in un sorriso rinfrancato non appena ho avuto modo di confrontare la mia esperienza da “stagionale” con quella di altri colleghi.

Il tratto saliente dei vari confronti è che lo statuto dei lavoratori sembrerebbe quasi essersi fermato ad Eboli, come il Cristo di Primo Levi, se non molto più a Nord, in ogni caso di sicuro non è mai arrivato sul basso Ionio catanzarese: nessun giorno libero, straordinari non retribuiti, mansioni differenti (e più sfiancanti) di quelle concordate, paghe da fame e ritoccate decisamente al ribasso rispetto a quanto scritto sulla busta paga, in certi casi, adducendo la scusa della poca esperienza (come se a dover pulire un cesso ci voglia un attestato…). In più, nel caso delle ragazze, vuoi che per qualcuna di questa non ci siano  scappate quelle che qualche “titolare evergreen” definirebbe avance, (mentre somigliano molto di più a delle molestie sul lavoro)? Suvvia saremo anche sognatori, ma non siamo certo nati ieri…accordorappresentanza5

Ecco, proprio a loro, ai padroni del vapore, spetta un capitolo a parte: generalmente si tratta di sbruffoni, di eterni dandy in salsa calabra, che per usare un’espressione dialettale che ha sì, il suo corrispettivo in italiano, ma che non rende allo stesso modo, definirò “tamarri arricchisciuti”: gente che senza aver mai lavorato un giorno in vita propria, si ritrova in posti di comando a maneggiare soldi che non si saprà mai che provenienza hanno e pretendono di essere trattati come dei salvatori perchè “danno da lavorare”, (cioè la nuova formula verbale per descrivere lo sfruttamento), senza accettare contraddittorio e trattando i dipendenti come merce a proprio piacimento, sfruttando la loro impossibilità materiale a rifiutarsi, diretti discendenti, nei modi, di quei latifondisti e padroncini vari che hanno infestato questa terra senza soluzione di continuità dal Feudalesimo fino a pochi decenni fa. Oltre al danno, c’è anche la beffa di sentirli lamentare per vie delle poche tutele che hanno loro a differenza dei loro dipendenti (sic!) e che mentre si autodefiniscono persone per bene, come se non bastasse, spesso e volentieri dimenticano di battere gli scontrini di quanto vendono. La cosa singolare è che più si ritengono progressisti e “illuminati” e più, di contro, assumono i tratti dei peggiori negrieri (c’è da dire che in questo sembra abbiano interiorizzato in pieno il nuovo paradigma socio-culturale e anche politico che sta affliggendo il nostro paese). A proposito, non era affatto raro trovare degli immigrati di tutte le provenienze, dal Burkina Faso al Bangladesh, dalla Bulgaria a Cuba, fare anche loro gli stagionali, e allora, sebbene difficile da crederci, le condizioni peggioravano ulteriormente, dai dormitori di non più di 5 metri quadrati, ai casi di malattia di questi in cui i lorsignori, per non dover spendere un euro, li parcheggiavano al più vicino centro d’accoglienza e a mai più rivederci (con la retribuzione passata in cavalleria). albasoverato

Infine, il fatto che spesso le condizioni più umilianti di lavoro le imponevano i titolari dei locali più chic della costa, impone un’ultima serie di considerazioni: si dice che quest’anno, dopo un periodo di letargo,  Soverato e tutto il circondario siano ritornati agli antichi fasti per quel che riguarda l’affluenza di turisti e questo avrebbe dovuto giovare all’economia in generale, ma a conti fatti i salari dei dipendenti, quasi tutti rigorosamente in nero, sono più bassi degli anni passati, a dimostrazione di quando, anche a livello nazionale si parla di far girare l’economia, vuol dire far fare più soldi a chi i soldi ce li ha già e che, nelle loro intenzioni, se il paese davvero si deve rialzare, lo deve fare camminando sulla schiena di quelle persone che si trovano  piegate, ricattate a dover accettare l’inaccettabile. Una situazione che, ahimè è ulteriormente amplificata in questo lembo d’Italia, dove la commistione tra i poteri forti, occulti o meno, legali e illegali ha reso di fatto questa realtà quasi impossibile da scardinare e ciò è dovuto anche alla rassegnazione della gente per bene che ha smesso di lottare per ciò che dovrebbe essere garantito, un lavoro, una casa e una vita dignitosa.

Una delle ultime letture che ho fatto prima dell’estate è “Ti ho vista che ridevi” la seconda opera di Lou Palanca, molto bella sotto tutti i punti di vista, ma ciò che mi ha fatto riflettere di più è stato il passaggio in cui si afferma che in Calabria non ci sono forme dialettali che esprimono un verbo al futuro. Adesso dopo questa stagione e questi incontri credo di avere capito il perchè…

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