“Malgrado Belgrado…”: un ponte tra memoria e futuro.

belgrado*2Poche città possono vantare un fascino unico come quello di Belgrado, pur non corrispondendo a quell’ideale di bellezza che ci è stato inculcato. Eppure, forse è proprio questo il suo punto di forza. In fin dai conti, varie volte e in differenti epoche la capitale di quella che fu la Jugoslavia si è ritrovata a essere un crocevia fondamentale nella storia europea. Così inevitabilmente il racconto di questo viaggio, gentilmente concessoci da un caro amico, si snoda su vari piani temporali tra suggestioni per quello che è stato e curiosità per scoprire cosa sarà.

Non è una città per turisti. Per quanto, anche se in misura ridotta rispetto alla maggioranza delle capitali europee, ce ne siano. Io stesso, di fatto, e con tutto il fastidio che mi comporta riconoscerlo, lo ero. Non ci vuole molto, camminando per le strade della cosiddetta “città vecchia” (Stari Grad), per rendersi conto che di attrazioni, edifici mozzafiato, scorci da cartolina, non ce ne sono in abbondanza. Poco male, per quanto mi riguarda. E soprattutto la cosa appare abbastanza normale se consideriamo che la città, dalla sua fondazione risalente all’Impero Romano, è stata distrutta ben 28 volte, di cui l’ultima nel ’99, e l’ultima “a tappeto” durante la seconda guerra mondiale.

Ciò nonostante, è tutt’altro che una città priva di fascino, anzi, per chi è “malato” di storia, politica, guerre e rivoluzioni, è un posto da visitare assolutamente, e in cui anzi viene voglia di vivere almeno per un po’, per conoscerne più profondamente le persone e lo spirito, e togliersi di dosso la disagevole condizione di turista.

Sicuramente l’aspetto estetico della città è aiutato dalla quantità d’acqua e di verde: proprio sotto alla vecchia Fortezza la Sava si getta nel Danubio, e al centro della confluenza si erge una grossa isola completamente disabitata e coperta da una fitta boscaglia. Ma in città sono molti i parchi, a partire dalla stessa Fortezza, tutti trattati con estremo riguardo dalla popolazione: un aspetto che colpisce è il grande rispetto per la città e tutto ciò che è pubblico, cosa che per chi viene dall’Italia è ancor più stupefacente. Personalmente, ho attribuito la cosa ad un mix di sentimento patriottico e retaggi della mentalità socialista: “la mia città la tratto bene perché è giusto così”. E la città restituisce in qualche modo questo rispetto: esempio massimo ne è un’altra grossa isola (in realtà penisola) sulla Sava, poco a sud del centro città, completamente adibita a parco pubblico, in cui ci sono impianti attrezzati per quasi tutti i tipi di attività sportiva. L’occhio si perde tra campi di calcio, calcetto, basket, pallavolo, tennis, rugby, baseball, lago artificiale per canottaggio, nuoto e bivacco in spiaggia…il tutto maledettamente gratis. Devi solo venire e giocare, l’unico rischio che corri è di trovare occupato. Quando l’ho saputo mi stavo per mettere a piangere e mi è venuta una voglia di comunismo tale da provocare scompensi. Chissà quanto sopravviverà un luogo come questo alle smanie di privati e speculatori. Il forte senso di civiltà che Belgrado trasmette è completato dalla notevole rete di piste ciclabili, roba che da noi è ancora fantascienza.

Ma torniamo in centro, dove l’architettura si basa sostanzialmente su tre tipologie: ciò che resta dei palazzi stile europeo del periodo ‘800 – inizio ‘900 (tipo Vienna o Budapest, per capirci); palazzi edificati durante il socialismo; nuove strutture stile vetro-acciaio. Qua e là qualche rimasuglio musulmano, e le casette basse e sgangherate che testimoniano l’esistenza dei vecchi sobborghi popolari, prima che il comunismo portasse quelle persone nei suoi tipici grandi caseggiati di cemento armato. Il tutto è mischiato abbastanza a casaccio, dando un senso di disarmonia che però non risulta niente affatto fastidioso, anzi rende bene l’idea della stratificazione della storia.

Già, la storia, colei che su questa città ha lasciato una quantità innumerevole di eredità e cicatrici. Sulla sponda orientale della Sava ad esempio troviamo, appena superato uno dei ponti principali, un piccolo sobborgo immerso nel verde, placido, silenzioso e fatto di casette basse. Pochi, anche tra i belgradesi, sanno che quello è stato il campo di concentramento cittadino durante l’occupazione nazista, dove migliaia di persone (in particolare gli ebrei della città, eliminati praticamente del tutto) morirono e molte altre partirono per altri campi. Tito non lo trasformò in luogo della memoria, preferendo allestire nella zona il cantiere per il nuovo ponte; oggi invece, con spregio del cattivo gusto, l’edificio dove si ammassavano i cadaveri è uno dei ristoranti più noti di Belgrado. Dallo stesso lato della Sava si stende Novi Beograd, l’immenso quartiere fatto edificare da Tito secondo i dettami dell’urbanistica comunista. Prima da quel lato del fiume non c’era nulla, la città vecchia è tutta sul lato occidentale. Non è difficile individuare le geometrie razionaliste: reticolati di grandi viali alberati rettilinei, grandi palazzi di case popolari, che dopo qualche decennio senza manutenzione oggi non possono certo definirsi stupendi, e alcuni veri e propri gioielli di edilizia in stile sovietico: su tutti, l’ex Parlamento Federale della Jugoslavia socialista, e l’Hotel Jugoslavia, dove alloggiarono molti dei grandi leader mondiali, bombardato in parte dalla NATO e oggi quasi del tutto abbandonato. Tra i caseggiati popolari non si respira tuttavia quel degrado che si potrebbe immaginare: certo, consegnare palazzoni del genere a una gestione capitalista rischia di creare mostri, ma per ora l’insieme sembra reggere. E qui un inciso attuale è d’obbligo: sia in centro che nei sobborghi non si nota una spiccata povertà. Vedendo le immagini di paesi come Portogallo e Grecia, si ha la sensazione che la gente in media stia molto peggio che qui. Verrebbe voglia di fermare le persone per strada e dirgli “vi prego, per il vostro bene, non accettate mai di entrare nell’Unione Europea”. Certo, anche qui il capitalismo avanza, ma la sensazione che si ha parlando con qualcuno è che ci sia una memoria viva e condivisa del fatto che durante il socialismo la città e il paese abbiano vissuto il loro periodo più prospero e felice. Ormai i tempi sono cambiati e bisogna assecondare alcuni cambiamenti, ma la memoria e la coscienza sembrano essere vive, anche tra i giovani. Ne è esempio la reazione ad un progetto speculativo che gli sceicchi arabi vogliono realizzare sulla sponda occidentale della Sava, in un’area poco utilizzata a ridosso della città vecchia: il Waterfront, ovvero un nuovo quartiere di grattacieli e lusso sfrenato, che c’entra con il resto della città come il cavolo a merenda. Ci dicono che la gente è fortemente contraria nonostante la propaganda mediatica e politica favorevole, staremo a vedere se la popolazione di Belgrado avrà voglia di lottare attivamente.

Tornando alla memoria del comunismo, questa è presente anche nella città vecchia: all’interno della Fortezza c’è la tomba degli Eroi del Popolo (della Resistenza), sobria ma emozionante, con la grande targa in marmo con su scritto semplicemente “morte al fascismo – libertà ai popoli” in cirillico, sovrastata dai mezzibusti di quattro “padri della patria” (Pijade, Ribar, Milutinovic, Djakovic). Più noto al grande pubblico è sicuramente il mausoleo di Tito, in una villa poco fuori dal centro: elegante ma non sopra le righe, si compone di un complesso di edifici, che ospitano un museo e la tomba del Maresciallo e dell’ultima moglie. tito1-580x385

Si giunge infine alla memoria più recente, quella delle guerre degli anni ’90: nella zona dei “palazzi del potere”, adiacente alla città vecchia, sono state appositamente lasciate alcune testimonianze dei bombardamenti della NATO del ’99. In particolare, l’ex Ministero della Difesa e la sede della televisione pubblica serba (in cui morirono 16 semplici lavoratori) sono stati lasciati esattamente come li hanno ridotti i caccia americani: né abbattuti né restaurati, sono un’ottima testimonianza di cosa producano nel concreto le “guerre umanitarie”. Di fronte al parlamento vari striscioni ricordano le vittime serbe della seconda guerra mondiale, della guerra ’91-’95 e di quella del ’98-’99, ferite queste ultime ancora ben aperte nella società serba.

Tuttavia, ad un primo sguardo, il revanchismo nazionalista non sembra predominante: l’impressione, confermata dalle parole di qualche abitante, è che sia relegato alle curve degli stadi, o meglio ad alcuni loro gruppi dirigenti, e ad alcune bancarelle per turisti del centro, dove, in angoletti un po’ nascosti, troneggiano dei veri e propri monumenti al trash, come magliette di Ratko Mladic e varie altre magliette che ritraggono Putin in molteplici pose. Ulteriore riprova di una città tutto sommato tranquilla è la situazione dei profughi siriani, che stanno transitando a ritmi di migliaia al giorno dalla Serbia e dalla capitale: rispetto ai problemi che stanno incontrando in Macedonia e Ungheria, la Serbia sembrerebbe una parentesi di tranquillità nel viaggio, eppure i Serbi con i musulmani hanno avuto i loro bei problemi in passato! I profughi si radunano davanti alla stazione, in una enorme tendopoli, in cui tende e bagni chimici gli sono messi a disposizione; sostano lì per il tempo necessario a poter proseguire il viaggio, in pullman o in treno, verso l’UE. La polizia li sorveglia con discrezione, la gente di Belgrado continua a vivere la sua vita, e sa bene quel che vuol dire avere la guerra nelle proprie strade. Ogni tentativo fascistoide di fare manifestazioni contro gli immigrati è miseramente fallito.

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Le cose da dire o da approfondire sarebbero molte, ma nei posti è soprattutto necessario andarci. Non è neanche semplice descrivere a parole le sensazioni che ti lascia una città come Belgrado, non bellissima ma traboccante di Storia e di storie, di grandezza e di sangue, di civiltà e di contraddizioni, di forti contrasti che sono evidenti già dall’urbanistica. Non a caso, l’immagine più bella della città si ha forse dalla vecchia Fortezza, da cui si può vedere, al di là dei fiumi e dell’isola,il sole che tramonta alle spalle dei palazzi della città comunista.

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