Non è ancora il tempo degli epitaffi…

 

degagesgomPrecarietà nel 2015: una mattina, ti alza una sveglia “inusuale”, e di punto in bianco ti ritrovi senza un tetto sopra la testa ed in balia dell’ennesimo abuso di potere. Più di una semplice solidarietà, ma una dichiarazione di intenti a perseverare nella lotta dalla parte dei più deboli.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Per quanto possano essere profonde, commoventi e, perchè no poetiche; quando delle parole vanno a comporre un epitaffio, il dado è tratto, il destinatario di quei bei versi ha lasciato per sempre la vita terrena e ai propri cari non resta che piangerlo e ricordarlo fino alla fine dei loro giorni…

Ecco, è proprio questo il punto: che non se la senta nessuno, se queste righe non saranno un bello e profondo elogio funebre a Degage, a quello che è stato ed ha rappresentato, magari con quei roboanti toni reducisti che nei nostri ambienti hanno sempre riscontrato molteplici consensi. Penso che sia più appropriato  che a scrivere cosa abbia rappresentato quella palazzina, a bocce ferme, sia qualcuno che abbia vissuto tutta l’esperienza dall’inizio alla fine e, soprattutto, meno pudico nell’esporre i propri sentimenti.

Potrà sembrare paradossale, o forse retorico,  ma nonostante uno dei principali capisaldi, (se non il più importante), su cui tuttora si snoda (mai come adesso il presente è d’obbligo e molto più appropriato dei tempi al passato), sia la questione abitativa e la necessità di dare un tetto e una soluzione confortevole a studenti e precari in balia della metropoli, l’essenza di Degage è molto di più di quella palazzina di Via Antonio Musa 10, e per rendersi conto di quanto affermato, non ci vuole molto.                                            Lo si può percepire girovagando per “La Sapienza” e constatare il gran lavoro messo in piedi da chi cerca di animare l’università cercando di sottrarla alle logiche che la vorrebbero nient’altro che un esamificio alla mercè di occulti finanziatori esterni (che poi tanto occulti non lo sono…) e di studenti massificati pronti a diventare tout court la malata umanità del futuro. Lo si può constatare parlando con i tanti giovani del resto d’Italia che sono rimasti influenzati da quella che è una delle cose migliori partorite negli ultimi anni da quel calderone impazzito che è Roma, ma soprattutto, se ancora vi fosse qualche dubbio, questi sarebbero fugati, incontrando qualcuno di quei volti, anonimi e meno anonimi, che hanno attraversato questo spazio fisico, ma soprattutto concettuale: persone di estrazione sociale e culturale differente, provenienti da diversi paesi, con background di esperienze a dir poco singolari e dalle attitudini più disparate che, per pochi giorni o per oltre due anni, si sono messe in gioco per contribuire a far crescere un fiore nel cemento metropolitano e nonostante le fisiologiche difficoltà, quello che è stato  raggiunto finora è un qualcosa di difficilmente immaginabile agli inizi del progetto tanto dal punto di vista sociale e politico. A conferma di ciò basterebbe riepilogare quanto è stato fatto a Roma, e non solo, negli ultimi due anni e mezzo e di come sia stato possibile avanzare determinate istanze sociali in maniera originale, riuscendo a tenere sempre ben alta l’asticella del conflitto, quanto da un punto di vista umano e più personale, perchè è stato in questo posto che chi scrive ha davvero realizzato cosa voglia dire che una rivoluzione deve partire prima da dentro ognuno di noi per poi aggredire il mondo esterno. E infatti in quest’humus vivace e a tratti irripetibile, tutti sono un po’ cresciuti diventando un po’ più uomini e un po’ più donne, un collettivo di pensatori e di guerrieri, di militanti di partigiani, in perenne mobilitazione, capaci tanto di fare elaborazioni concettuali in grado di dettare strategie politiche, quanto di guadagnarsi il rispetto nelle strade con le buone e con le cattive e la stima dei diseredati e degli ultimi della terra, che ormai sono qualcosa in più di semplici compagni di lotta.

E’ vero, oggi la palazzina con cui è sempre stata identificata Degage è stata sgomberata, ma è come se quella palazzina, avesse messo delle fondamenta dentro ognuno dei suoi frequentatori, come quegli alberi che prima di essere abbattuti, sono comunque riusciti a germinare, così dove prima ce n’era uno solo, successivamente ce ne saranno di più, molti di più. A cominciare già da quest’autunno, quando, se qualcuno, frettolosamente, in qualche grigio ufficio di questura, stamattina avrà stappato qualche bottiglia per l’euforia, sarà costretto ad ingoiarla quando vedrà che non saranno sconfitte temporanee a placare la lotta e la voglia di opporsi alle iniquità dei nostri giorni, perchè non è il primo sgombero e, purtroppo non sarà l’ultimo a colpire chi pratica un percorso di autorganizzazione e soddisfazione dei propri bisogni al di fuori dalle logiche del profitto; ma anche in questo caso, la risposta sarà la medesima: “Ci avete sgomberato? Preparatevi, adesso sono cazzi vostri!” … CI VEDIAMO NELLE STRADE!

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