Un conflitto… da favola.

La-Linea-copertina Molto più che una semplice favola, ma senza che il lettore possa annoiarsi, La Linea, lavoro frutto dell’unione di due emergenti, lo scrittore Enrico e lo street artist Aladin, è un ottimo mix tra quella che potremmo definire sceneggiatura capace per la sua prorompente semplicità d’esposizione, senza rinunciare a provocare riflessioni ed una parte grafica che  fomenta l’immaginazione. Per chi fosse a Roma, sabato 18 luglio, ci sarà la presentazione ufficiale a BAM.

Generalmente, per una disparata serie di motivi, sono abbastanza restio nel recensire i lavori degli amici; anche se fondamentalmente la mia principale preoccupazione non è tanto quella di urtare i loro sentimenti, quanto quella di non apparire imparziale al pubblico dei lettori, sembrando troppo coinvolto per dare un giudizio oggettivo.

Eppure, questa volta farò un’eccezione, perchè l’esperimento messo in piedi da Enrico Astolfi (che abbiamo avuto già ospite alla trasmissione radiofonica e di cui abbiamo recensito il suo ultimo lavoro, “Casilina ultima fermata.”) e da Aladin merita un’attenzione particolare. Continua a leggere

Il vero sballo è dire no!… Voci da Exarchia il giorno dopo

Come ci auguravamo ieri, il No (OXI) ha vinto e i greci non si sono piegati al volere di quei poteri forti che avrebbero voluto vederli in ginocchio, in una vita di sangue sudore e lacrime, intenti a pagare col loro sudore i tassi di interesse su dei prestiti di cui loro non hanno mai realmente percepito i benefici, perchè utilizzati quasi esclusivamente per il salvataggio delle banche. Molti, forse anche giustamente, vedono la vittoria di un uomo, Tsipras, e del suo governo. Lontani da quella forma di reverenza per un qualsiasi uomo della provvidenza, ci piace pensare che questa sia la vittoria della piazza, della sua conflittualità che in varie forme ha attraversato il paese almeno dal 2008 ed è stata l’autentica artefice di questa resistenza, un intralcio verso i progetti  di assolutismo neoliberista di Bruxelles e di Berlino. Proprio per onorare questa piazza e nel rispetto del suo status, ho deciso di fare quattro chiacchiere con un caro amico ateniese, e di condividere con la comunità di lettori del blog, affinchè al di là dei commenti ufficiali dei partiti e delle varie associazioni, anche chi ha animato dal basso quotidianamente questi anni intensi e roventi di Atene possa esprimere il suo pensiero anche a noi in ItaliaIl suo nome, come d’altro canto quello della sua struttura, come mi fa capire lui non sono importanti per la qualità di ciò che ha da raccontare. Quello che basta sapere è che lui è una “faccia tra la folla” (che per mantenere la sua riservatezza verrà menzionato con A. iniziale del suo nome…) e come buona parte dei giovani greci non inquadrati nei partiti parlamentari, appartiene a quell’area identificata da noi come anarchica, che ad Atene  ha come base Piazza Exarchia, il cuore dell’immaginario del conflitto europeo da diversi anni. La prima volta che l’ho conosciuto, in occasione del Festival “Fedeli alla Tribù” in memoria di Valerio Marchi e Roberto Massi, non aveva lesinato critiche nei confronti di Tsipras, di Syriza e di quelli che erano “i suoi tentativi di affossare i meccanismi di autogestione”, anzi.  A dire il vero, prima di affrontare la chiacchierata con lui, non sono neanche sicuro che abbia votato, ma non essendo lui un tipo dogmatico, anch’io sono incuriosito nel cercare di capire quale sarà il suo umore e di quella parte di Grecia “irrappresentabile” che materialmente o idealmente è salita sulle barricate in questi anni per non capitolare di fronte ai disegni della Troika, non per avere un piccolo manuale politico, ma per sentire le sensazioni di uno della così detta massa critica

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Semplicemente OXI!

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A prescindere dalle recriminazioni e dalle analisi politiche (che, almeno oggi, dopo l’overdose degli ultimi giorni, lasciano il tempo che trovano), dai cattivi presagi, dalle manovre di palazzo, dalle faide interne, dai manicheismi del KKE e dai dubbi legittimi sul comportamento di un Premier e del suo relativo partito, che non più tardi di cinque mesi fa vinceva le elezioni ricevendo di fatto l’incarico di andare a trattare il debito presso i potentati dell’UE, e preso atto dell’irriformabilità in chiave sociale dell’UE, sconfessando di fatto quell’impalcatura politica-ideologica riformista che raccoglie tanti adepti anche in Italia, e che  e al momento decisivo ha rimandato la palla al popolo (qualche maligno potrebbe pensare che il sì gli leverebbe le castagne dal fuoco, facendolo limitare a rispettare la volontà popolare, senza doversi impegnare nell’ultimo confronto muscolare con Bruxelles…), oggi siamo tutti uniti nel sostenere la battaglia del popolo ellenico. Continua a leggere

Tutti gli uomini del Maresciallo

titoEra forse dalla biografia di Jesper Redley di ormai oltre vent’anni fa che non usciva, tradotto in italiano, uno studio così approfondito sul Maresciallo Tito. Quest’opera realizzata dallo storico sloveno Joze Pirjevec, oltre a rimettere al centro dell’attenzione quella che, volente o nolente, rappresenta una delle personalità più brillanti e importanti del secolo scorso, (leader del più agguerrito movimento di resistenza durante la Seconda Guerra Mondiale, ideatore del blocco dei paesi non allineati e molto atro ancora), si sofferma anche sui suoi “fedelissimi”, o presunti tali, che hanno rappresentato per anni la guida di uno degli esperimenti politici più particolari e significativi, infiammando le aspirazioni un po’ di tutti: da chi inseguiva un “socialismo dal volto umano” o comunque vie diverse dall’ortodossia sovietica, a chi invece vedeva proprio in Belgrado il cavallo di Troia che avrebbe minato la compattezza dello schieramento comunista. Aldilà dei giudizi soggettivi dell’autore un libro che merita di essere letto (magari evitando di pagare l’eccessivo prezzo di copertina…) Dopo la brillante recensione di “Anschluss” l’amico  Filippo Petrocelli recensisce anche quest’opera.

 

 

 

 

Quarantadue euro sono veramente troppi per un libro di storia, [noi l’avevamo denunciato qui ndr.] anche se l’opera appare monumentale con un apparato critico quasi enciclopedico. Eppure per gli amanti dei Balcani e della Jugoslavia, slavofili o nostalgici di ogni risma, il nuovo libro di Jože Pirjevec, Tito e i suoi compagni è da non perdere. Perché come recita la bandella del volume è “L’unica biografia di Tito e del suo apparato di potere”.

 

Nel libro si raccontano i trentacinque anni di potere del maresciallo Tito ma anche l’epopea partigiana di un paese liberatosi senza l’aiuto degli alleati e il tentativo è quello di rappresentare globalmente la vita del leader, da combattente a capo di stato.

Non a caso la storia di Tito in questo lavoro comincia il 7 maggio 1892, quando Josif Broz nasce nella remota provincia croata in una numerosa famiglia contadina (16 figli di cui 8 morti in giovane età), passa per un’infanzia non proprio felice, per la gioventù nelle fabbriche, per l’entrata nell’esercito austroungarico nel 1912 di cui diviene sottoufficiale, per la Grande guerra, per la prigionia sul fronte russo, per la rivoluzione d’Ottobre che lo sfiora, per l’ingresso nel partito bolscevico nel 1918 e per il ritorno in patria nel 1920.

Da qui inizia la storia di Tito leader comunista: arrestato più volte durante tutti gli anni Venti, si guadagna i galloni sul campo, quando su innumerevoli rapporti di polizia compare la dicitura “criminale comunista” e trova un suo primo momento di gloria durante il processo che si svolge nel 1928 a Zagabria e che lo condanna a una pesante pena detentiva, non senza offrirgli una tribuna da cui divulgare la sua fede.

E così nelle cronache dell’epoca, i glaciali occhi azzurri del maresciallo, il suo pince-nez –oggetto di culto per il giovane Tito – diventano i protagonisti, primeggiando sulla corte dell’epoca dipinta dai giornali piccola e di sfondo.

Insomma nel 1928, nella “sua” Zagabria, Tito guadagna il centro della scena ed entra di prepotenza nella storia che conta.

Ma Josif Broz, torna in Unione Sovietica negli anni Trenta, diventando un membro di primo piano del Comintern. Qui indurisce ulteriormente la sua scorza come “si fosse estraniato dai valori tradizionali, calpestandoli con disinvoltura: onestà, fedeltà, amicizia, fair play, per lui erano solo fronzoli borghesi”, almeno secondo il giudizio non proprio lusinghiero di Savka Dabčević-Kučar, importante dirigente croata del partito.

Con il nome di agente Walter, è inviato da Stalin a sanare i dissidi interni al Partito comunista jugloslavo (Pcj), diviso fra una fazione destra che fa capo ai rappresentati del partito a Zagabria – favorevole a uno stato centralizzato – e una sinistra con “sede” a Belgrado – sostenitrice invece di una soluzione federale, ma soprattutto schiacciato da innumerevoli dissidi rispetto alla questione nazionale e all’autonomia dei popoli che vivono nel Regno dei serbi, dei croati e degli sloveni.

Non mancano le curiosità circa il personaggio Tito, come la passione del maresciallo per le lingue “pronunciava il serbo con l’accento di un contadino croato ma con tracce di russo e di sloveno. Oltre al serbo-croato, allo sloveno, al russo, parlava in maniera rudimentale anche il francese, il ceco, l’ungherese e il kirghiso. Più tardi imparò un po’ l’italiano e perfezionò il suo inglese”. Ma sono proverbiali anche le rivalità personali con personaggi come Milan Gorkić (segretario del partito ucciso durante le purghe staliniane) e il grande contributo di Tito per organizzare le brigate del Pcj a combattere in Spagna.

Ma è sul periodo della guerra di Spagna che si annidano alcune ombre: secondo alcune fonti, Tito partecipa non solo in prima persona alla guerra, ma è addirittura protagonista di una serie di epurazioni contro trotskisti e anarchici e diventa una sorta di emissario del Comintern e del Nkdv, la polizia politica sovietica.

Ma la parte più travolgente del libro è indubbiamente quella che riguarda la narrazione del Tito comandante partigiano, quando organizza la resistenza contro l’invasione dell’Asse, nella primavera del 1941. Nonostante i proclami di Mosca che invitano Tito alla calma e alla semplice resistenza, lui passa subito all’attacco, convinto che la guerra sia anche l’occasione per la trasformazione della società in senso socialista. Non solo liberazione nazionale, ma anche cambiamento radicale dell’esistente. E così sceglie le tattiche della guerriglia e organizza la rivolta, senza lasciare tregua al nemico.

Larga parte del libro è però dedicata allo strappo con Stalin, alla spaccatura all’interno del campo comunista e alla via nazionale jugoslava al socialismo. Trova molto spazio anche la svolta “terzomondista” di Tito, quando egli diventa il principale animatore del progetto dei Paesi non allineati.

Sono dipinti, forse per la prima volta, anche i “compagni” di Tito: quel suo entourage che non diventò mai una corte e che anzi fu attraversato di continuo da tensioni e scontri.

Il sostanzioso volume si chiude con una appendice che mette in luce alcune problematiche del maresciallo: dal culto della personalità, ai problemi di salute che minano i suoi ultimi anni fino alla morte, avvenuta il 4 maggio 1980.

Le ultime pagine sono riservate alla descrizione dei funerali di Tito, quando come ricorda Giancarlo Pajetta: “Una folla immensa attese il giorno e la notte per vederne la bara […] Con i grandi della terra c’erano i comunisti, i socialisti, i movimenti di liberazione di ogni parte del mondo. […] Tutti in piedi ad ascoltare l’Internazionale”.

[da http://www.instoria.it]