Graffiti, Street Art, Muralismo: quanta confusione!

c215

Lo scorso 6 novembre, lo street artist francese Christian Guémy, alias C215, ha pubblicato un articolo sul sito Rue89 per condividere una sua riflessione sulla fase che la street art attraversa in questi ultimi anni e per offrire la sua visione della storia di questo movimento artistico. L’articolo è stato ripreso e tradotto in inglese da RJ Rushmore su Vandalog. Grazie a Le Grand Jeu, da un po’ di tempo è disponibile anche in italiano. Dal canto nostro, abbiamo ritenuto opportuno riproporlo, consapevoli che il discorso è più complesso e delicato per farlo restare dentro le nicchie degli addetti ai lavori. Infatti crediamo si tratti del sempiterno tentativo di cooptare le forme di espressione delle culture subalterne e di commercializzarle facendole perdere quell’autenticità e quell’indole ribelle che erano alla base del messaggio originario per renderle più accettabili e rassicuranti in nome di un’accessibilità al grande mercato, come in passato successo col punk e tanti altri fenomeni di conflitto. Un pezzo che non pretende di essere una verità assoluta, ma che rappresenta la presa di posizione (autorevole) di uno dei protagonisti della scena mondiale, a cui seguiranno dei nostri contenuti esclusivi e inediti.

 

 

Negli ultimi tempi, in particolare dopo il successo planetario di Banksy, i grandi media parlano tutte le settimane di arti urbane: mostre di street art in galleria, aste di graffiti, “musei a cielo aperto” o repressione del vandalismo. Il riconoscimento delle arti urbane da parte del pubblico e dei media ha raggiunto un punto molto elevato. Nonostante ciò, mi stupisco per l’assenza di una distinzione tra le diverse anime che compongono questo movimento artistico. Il loro raggruppamento sotto il termine “street art” è molto comodo, ma confonde più che chiarisce.

Ho quarant’anni e seguo le arti urbane fin dal 1984, cioè da quando comparve in televisione la trasmissione televisiva “Hip Hop”, diretta da Sydney(clicca qui per vederne uno spezzone.)

Ho provato a fare i miei primi graffiti nel 1989 e ho assistito all’evoluzione di questo tipo di arte urbana. Mi sembra che più “generazioni” si siano succedute da allora. Le ambizioni e le pratiche di ognuna di esse sono così diverse che meritano una distinzione.

5 MINUTES WITH: C215 from Estelle Beauvais on Vimeo.

I pionieri dei graffiti

I graffiti esistono da sempre. Si tratta di un fenomeno antropologico. Negli anni ’30 del ‘900, il fotografo Brassaï è stato il primo a interessarsi a questo tipo di iscrizioni che esistono fin dall’Antichità. Il Colosseo stesso è ricoperto di scritte lasciate da sconosciuti nel corso dei secoli.
Negli anni ‘60, l’apparizione della bomboletta aerosol ha offerto alla gioventù disillusa degli anni ’70 e ’80 uno strumento particolarmente efficace per lasciare delle iscrizioni sui muri di città ordinarie, in strade considerate fino ad allora dei non-luoghi dell’arte. E’ stato lo spray, un’innovazione tecnologica, a dare slancio al movimento dei graffiti, dominato dalla cultura hip-hop in America e da quella punk-rock in Europa.

Lo spirito romantico dei graffiti

Questa prima “generazione” ha definito i codici di una nuova cultura urbana, il cui impatto sulla cultura visuale occidentale è paragonabile a quello del rock and roll sulla musica del secondo ‘900. I graffiti trovano origine in uno spirito romantico.
Disinteressati e spesso anarchici, i primi adepti dei graffiti dipinti con delle gli spray definiscono una vera e propria cultura. Il coraggio è il principale elemento per giudicare la qualità di un intervento. La performance serve a trasgredire e a provocare nello spazio pubblico. La ricercatezza delle loro calligrafie è estrema e arriva fino al criptaggio

Il loro scopo principale è piacere al proprio gruppo di appartenenza, e non piacere alla società che intendono provocare. Una logica tribale li conduce a impossessarsi dello spazio pubblico. Le loro azioni possono essere interpretate come una reazione alla rapida cementificazione alla quale si assiste in una società che pensa solo a evolvere e che tende a escluderli.

“Se un giorno autorizzano le tag, smetto”

Il loro tratto distintivo è costituito dall’apposizione ripetuta di uno pseudonimo su qualsiasi superficie. Sono gli unici a poterlo decifrare e questo contribuisce ancora di più alla non-comprensione delle loro azioni da parte della società.
Salvo qualche rara eccezione, queste prime generazioni non vogliono commercializzare la loro arte, che si fonda esclusivamente su una contestazione sociale e su una performance fisica. Si limitano a intervenire senza autorizzazioni, alla ricerca della “bellezza del gesto”. Non cercano il riconoscimento sociale, anzi…
Si tratta di un vero e proprio stile di vita che mette radici in una generazione disillusa che vuole riconquistare lo spazio pubblico e che mette in discussione il concetto di proprietà privata. L’arte di questa prima generazione di writers è rapidamente etichettata dalla società e dalle autorità come “vandalismo”, perché degrada e diminuisce il valore di beni pubblici.
Ovviamente, verso la fine degli anni ’90, questi interventi provocano una forte ondata di repressione e una disapprovazione generale da parte della società nei confronti di questa forma di espressione artistica. O’Clock (uno dei più importanti writer parigini, ndT) mi ha detto una volta “se un giorno autorizzano le tag, smetto”: una teoria del vandalismo impeccabile.

Internet e la generazione “street art”

Verso il 2000, alcune innovazioni tecnologiche mettono a disposizione degli artisti nuovi strumenti: i computer e l’“home office” prima e internet poi cambiano radicalmente gli equilibri mediatici.
Internet confronta una nuova “generazione” di artisti all’“ipermediazione”, ovvero alla possibilità di cortocircuitare i canonici attori del sistema dell’arte: giornalisti, critici, curatori e galleristi.
Questa nuova generazione fa suo internet, che diventa un nuovo “non-luogo” dell’arte. I giovani del 2000 sono cresciuti in mezzo ai graffiti e ne conoscono i codici alla perfezione.
Molti sognano di diventare artisti e frequentano degli istituti di graphic design, dove studiano la cultura e l’estetica dei graffiti. Non c’è da stupirsi se un’intera generazione di graphic designer ha fondato il proprio lavoro sui codici dei graffiti.
Rapidamente, il loro desiderio di diventare degli artisti professionisti li porta a deviare, se non addirittura a traviare, i codici dei graffiti con il solo fine di poterli commercializzare.

Dei maestri del marketing virale

Il marketing è una necessità per qualsiasi professionista, ma impone un’autocensura che favorisce la ricerca di consenso e che si adatta a scelte che facilitano l’emersione del movimento. La struttura e la forma stessa della street art sono condizionati dalle logiche di internet e dai suoi modelli di diffusione culturale.
I nuovi artisti di strada prendono in prestito le forme dei graffiti, ma le modificano per poterli diffondere su internet, sui loro siti, su blog specializzati e per permettere al pubblico di condividerli sui social networks. Prendendo Banksy come modello, numerosi sono diventati dei maestri del marketing virale. Un nuovo Eldorado.

Ai writers interessava solo il riconoscimento degli altri writers. La Street Art vuole invece sedurre quanti più spettatori possibili. Lusinga il gusto del pubblico, senza contrariarlo mai. Anzi, ne asseconda l’ego invitandolo a partecipare, come JR con il progetto “Inside Art”.
Le opere di strada che chiunque può fotografare e condividere sulle proprie pagine personali intasano i social networks. Numerosi appassionati fotografano le opere e le condividono perché si illudono di prendere parte a un movimento dall’aspetto libertario.

Ognuno si sente un po’ artista

Gli appassionati si sentono persino artisti. Firmano le loro fotografie e aprono dei blog. Se facessimo un parallelo con la musica popolare, l’illusione che vive il pubblico della street art sembra quella del karaoke: ognuno si sente un po’ artista.
Per conquistare il mercato e soddisfare il gusto del pubblico, questa generazione svia i principi cardine dei graffiti. Mentre i graffiti puntavano a non piacere, gli street artists in erba cercano di piacere e cercano di allargare quanto più possibile il proprio pubblico. Mentre i writers proteggevano la loro identità, gli street artists mostrano il loro volto, perché cercano popolarità e visibilità. I writers deturpano lo spazio pubblico, gli street artists lo abbelliscono e partecipano alla gentrificazione dei quartieri popolari nei quali operano.

Doc Gynéco sta ai Black Panthers come…

Mentre i writers non si sono posti il problema della commercializzazione, gli street artists hanno calcolato tutto in funzione di questa, dei musei e degli onori più diversi. Mi spiace incarnare un esempio perfetto di questa dinamica.
Abbiamo mantenuto le apparenze e lo spirito romantico dei graffiti: i codici vestimentari, gli strumenti e la grafia, la voglia di provocare e la tendenza a mettere in scena i rischi corsi nel compiere delle azioni illegali. Abbiamo avuto la pretesa di iniettare un contenuto formale nei graffiti, ma ne abbiamo invece ridotto il portato rivendicativo, per spacciare dei messaggi finto-politici che sono solo un insieme di luoghi comuni che sfiorano la demagogia, come il progetto “Women Are Heroes” di JR.

Questa generazione di artisti si è avvicinata così tanto al sistema che ne fa ormai parte. I writers non ci sono mai cascati e detestano la street art, perché giustamente la percepiscono come uno svilimento commerciale della loro pratica.
Perché non bisogna sbagliarsi: la street art è un surrogato dei graffiti e ha tra i suoi obiettivi la loro commercializzazione e la ricerca di un’arte inseribile nello spazio pubblico che sia piacevole e facile da condividere su internet. La street art non è rivendicativa, ma edonista. Per dirlo in poche parole, la street art sta ai graffiti come Doc Gynéco sta ai Black Panthers.

L’avvento del “muralismo”

La street art ha raggiunto un duplice obiettivo verso il 2010: il movimento ha ottenuto un vasto riscontro da parte del pubblico e i suoi attori si sono professionalizzati.
Più recentemente, la commercializzazione ha raggiunto un apice. Le istituzioni culturali iniziano a investire in questo nuovo filone, ma non provano né capirlo né a renderlo comprensibile al grande pubblico. La street art è ormai un prodotto come gli altri.
Non senza aberrazioni, si organizzano aste e mostre di street art, anche se si dovrebbe usare il termine street art solo per degli interventi eseguiti in strada e nonostante il fatto che i graffiti non siano mai stati un bene commercializzabile.

Il ritorno dei mediatori

Gli attori del mercato – galleristi, collezionisti, pubblicitari e i media – se la godono, perché si è ormai creata un’economia molto simile a quella dell’industria dell’entertainment. I writers e gli street artists hanno accettato le regole del gioco e producono opere per decorare i salotti borghesi.
La provocazione è ormai solo simulata. I media parlano di street art con gli stessi toni con cui segnalavano un tempo i concerti dello “sfrontato” Michel Sardou.
I graffiti e la street art sono diventati un mestiere qualunque e sono talmente apprezzati, da essere integrati nei corsi di alcune scuole d’arte.
Molte istituzioni, municipalità, sponsor e gallerie, oltre ad una miriade di altre possibilità commerciali fanno oggi della street art un mestiere rispettabile. Il fiorire dei festival mette a disposizione di una nuova generazione di artisti quelle superfici legali che non hanno avuto ne i primi writers ne la prima generazione di street artists. E’ un sogno che si avvera.

Shepard Fairey alias Obey ha dipinto Rise Above Rebel nel maggio 2012 nel 13ème arrondissement di Parigi

Shepard Fairey alias Obey ha dipinto Rise Above Rebel nel maggio 2012 nel 13ème arrondissement di Parigi

Delle commissioni monumentali

Le commissioni di muri di dimensioni monumentali implicano una censura collettiva (progetto preliminare, toni politically correct che non turbino la cittadinanza, censure politiche locali) e hanno genrato un nuovo tipo di street art: il “muralismo”.
Questi interventi sono realizzati in gran parte nell’ambito di festival sostenuti dalle municipalità. Sono affidati a un gruppo relativamente ristretto di pittori, a cui non viene offerta nessuna possibilità di trasgressione o di provocazione.

C215 mentre realizza uno dei suoi stencil a Mbour in Senegal

C215 mentre realizza uno dei suoi stencil a Mbour in Senegal

Il finanziamento di operazione come queste è il terreno su cui stanno tornando in pompa magna i galleristi, i curatori e gli sponsor, ovvero tutti quegli attori che erano stati schivati dalle due prime generazioni. Con la nuova pratica semi-istituzionale del muralismo, non rischia di sparire solo la libertà di espressione, ma anche l’indipendenza stessa degli artisti.

Bisogna quindi sperare che il muralismo non trasformi un po’ alla volta la street art in un’arte decorativa e priva di contenuti polemici… Per quel che mi riguarda, la valanga di insulti che ho ricevuto per il mio recente ritratto di Christiane Taubira (il ministro della Giustizia, nata nella Guyana francese, ndT) mi incoraggia a prendere sempre più posizione sui temi che mi stanno a cuore.

Le strade hanno una bella cera

Ecco in che direzione stiamo andando. Muri monumentali dipinti nello spazio pubblico si commissionano da sempre. E’ quindi lecito chiedersi in cosa il muralismo di oggi sia moderno, tenendo comunque a mente che non si può parlare di “normalizzazione”, perché le strade dei nostri quartieri hanno finalmente una bella cera e sono più vivibili di quelle grigie della mia infanzia.
Sono invecchiato e mi capita piuttosto spesso di dipingere dei gattini. Avrete capito che questa presa di posizione con valore di autocritica è il tentativo di descrivere la storia di un movimento complesso, che i grandi musei di arte contemporanea continuano a ignorare. Se ne capisce anche il perché.
Per quel che mi riguarda, dovrei probabilmente pubblicare questo testo sulla mia pagina Facebook e diffonderlo con il buon vecchio metodo della pubblicità, perché si tratta senza alcun dubbio del supporto più efficace. Vi ringrazio di avermi letto fino in fondo.

Christian Guémy, alias C215

[ tratto da http://www.legrandj.eu]

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