Piccolo vademecum per aspirante teppa pensante

teppaIl festival “Fedeli alla Tribù”dedicato alla memoria di Valerio Marchi e di Roberto Massi, che aprirà i battenti domani al “3 serrande occupato” all’università e durerà fino a domenica, ci dà l’opportunità di scrivere una recensione su un libro che ogni ribelle dovrebbe avere nella propria biblioteca personale, argomentandone di seguito il perchè sia ancora estremamente importante, e che sabato verrà presentato a Via dei Volsci, di fronte la storica libreria che fu di Valerio Marchi

Solitamente, le recensioni dei libri vengono fatte appena questi vengono stampati, vuoi per fini commerciali di “audience”, vuoi perchè si dice che, generalmente, la “vita produttiva” di un libro duri non più di qualche mese.

Tuttavia, per fortuna ce ne sono alcuni che sfuggono a queste logiche tendenti sempre di più a mortificare tale categoria paragonandola a un qualsiasi altro prodotto commerciale; e per fortuna c’è anche chi li ristampa.

“Teppa”, infatti appartiene a quella categoria di libri diventati di culto per intere generazioni e categorie sociali che lo hanno reso di fatto immortale. D’altro canto non è mai stato un segreto che il progetto a cui si è ispirata tanto la trasmissione radiofonica, quanto questo blog (che non a caso ha come sottotitolo “pillole di resistenza metropolitana per reietti”), siano le intuizioni di questo libro, ma più in generale quelle del suo autore, continuando, pur con tutti i limiti del caso, a percorrere quel solco tracciato. Ci riferiamo alla ricerca di una geneaologia tra le varie forme di conflitto giovanile, quella rabbia impolitica (o prepolitica in alcuni casi) che, sebbene sembri venuta alla luce solo nell’ultimo dopoguerra, ha attraversato le strade delle nostre città nelle varie epoche dal Rinascimento ai giorni nostri. Una genaologia resa qui fruibile ed appetibile proprio a quel sottobosco di protagonisti in nuce di questo volume: quella teppa delle periferie metropolitane, con un’indole ribelle, tagliata fuori dai circuiti di produzione, senza nessuna fiducia nel futuro, disposta quindi a mettere costantemente e concretamente in dubbio lo status-quo e che oggi appare sempre più disarmata ideologicamente di fronte al biasimo di un’opinione pubblica ipocrita e bigotta, narcotizzata da una stampa sempre più stampella di un potere che già da tempo ormai ha gettato la maschera e mostrato le sue aberranti storture.

Dal “puer barbaricus” rinascimentale fino ai punk londinesi dei ruggenti ’70, passando per i reazionari ed antigiacobini “Merveilleux” del Termidoro parigino, o agli “swing boys” della Berlino nazista che furono duramente perseguitati dal Reich, vengono passati in rassegna i principali fenomeni di opposizione, a quella narrazione ufficiale e uniformante che il potere, nelle sue varie riproposizioni, ha sempre messo in scena cercando di stroncare sul nascere ogni velleità antiautoritaria e di differenziazione, da parte di quel soggetto sociale che nel corso della storia, ciclicamente si rifiutava di vivere inerme la sua condizione di subalternità, sia che essa volesse dire costituire un esercito di manodopera di riserva, oppure della carne da cannone per uno degli innumerevoli conflitti armati decisi da gente che sul fronte non ci sarebbe mai stata nè loro nè tantomeno i loro cari. Una condizione generalizzata e cementata nel tempo che ha portato a creare strutture comunitarie, sviluppate per lo più in mezzo alla strada, diverse, antagoniste, in cui poter creare delle scale di valori alternative, e spesso contrapposte,  a quelle “precotte” date in maniera stereotipata dalla società benpensante che, dato costante, non sembra avere avuto mai l’interesse di comprendere realmente quei fenomeni in cui non paiano identificabili “i suoi figli confusi” e che quindi non poteva fare altro che stigmatizzare ciò che non ha mai voluto capire e che turbava il suo mondo idilliaco fatto di finzione.

 Non è un caso, infatti  che al momento della stesura di questo libro, la fine degli anni’90, fosse in atto uno dei primi momenti di autocomprensione generale da parte di quelle controculture che stavano sfondando quegli steccati di autoreferenzialità, che allo stesso tempo volevano dire demonizzazione sociale, a cui erano stati destinati, per poter così prendere coscienza della dimensione culturale del loro agire, così come della loro portata storica e morale, in modo che, ad esempio chi oggi “sanziona un obiettivo” durante un determinato tipo di corteo di protesta, è consapevole che le pratiche simboliche di assalto al potere siano in voga da almeno 500 anni, e stimolato dalla curiosità potrebbe scoprire di avere molti più punti in comune di quanto pensasse con coloro che, ad esempio nel giugno del 1960 sfidavano la polizia a Genova vestiti tutti nella stessa maniera.

Perchè è proprio questo il messaggio più importante che un libro come questo può e deve lasciare: la consapevolezza delle proprie azioni e dei motivi per cui, si finisce per essere dei capri espiatori, quei “Folk Devils”, (che oggi possono essere gli ultras, gli occupanti delle case, le comunità straniere e chiunque altro disturbi la morale pubblica troppo impegnata ad autoassolversi per pensare agli altri), descritti davvero egregiamente dal mai troppo compianto Valerio Marchi, alla sua maniera, cioè usando un’impeccabile terminologia ed un filo logico che riesce ad annodare tutti gli eventi presi in considerazione, ma senza sovraccaricare quest’opera con un voluminoso apparato critico di note e un vasto corpo documentario, cose che avrebbero allontanato (per questioni economiche ed accademiche) i destinatari di questo libro: chi è portato ad opporsi inconsciamente allo status-quo e chi quella coscienza ce l’ha già ed ha il compito di infonderla agli altri, perchè è da questa soggettività che chi vuole cambiare il mondo deve ripartire per poter praticare quella radicalità tanto desiderata ed evitare che le stesse frange demonizzate finiscano suggestionate dal “moral panic” delle autorità e finiscano per ingrossare le fila di chi pensa di combattere il sistema facendone invece il suo gioco, scagliandosi contro altri diversi, in quella guerra tra poveri che da sempre fa vincere i ricchi.

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