“The visitors”. Imbucati al Salone del Libro di Torino.

visitors-Tra il serio ed il faceto, un nostro lettore ci offre reportage “esclusivo” del Salone del Libro di Torino all’insegna del disagio e delle contraddizioni. Una lettura lunga per quanto divertente, ma che dietro la patina umoristica, nasconde delle tristi verità.

Una delle vere eccellenze del capoluogo piemontese, gli Statuto, in una loro celebre canzone cantano “Alla festa si va con l’invito, non l’abbiamo, ma fateci entrar. Riusciremo a scaldare l’ambiente, siamo allegri, su fateci entrar!”statuto

Non ero mai stato al Salone del Libro di Torino, non ci ero mai stato nemmeno da visitatore, figurasi da espositore. Così quando mi si è profilata l’idea di aiutare un mio amico al suo stand in cambio di un viaggio gratis fino in Piemonte non ci ho pensato su due volte, convinto che comunque, nel bene o nel male, sarebbe stata una di quelle esperienze che avrei ricordato a lungo in quella nebulosa categoria archiviabile sotto la denominazione  “Canto del cigno (forse un po’ troppo prolungato) della mia giovinezza”

Per non ritrovarci all’inaugurazione con ancora tutto lo stand da organizzare, arriviamo il giorno prima in modo da poter sistemare il tutto come riteniamo più opportuno e qui, nel dietro le quinte del più importante appuntamento per l’editoria italiana, si possono già trarre le prime conclusioni: in questo mondo l’importanza e la potenza di una casa editrice è direttamente proporzionale al numero di facchini tatuati e con l’espressione da tagliagole che hai a disposizione nel montaggio.

Una volta finito il montaggio, con giusto quattro ore di ritardo, (neanche tanto per i nostri standard in fin dai conti) e volendo vivere questa trasferta piemontese da abusivo a trecentosessanta gradi, decido di andare in un bar a vedere Real Madrid-Juventus confidando di non sentirmi solo grazie al proverbiale cuore granata dei torinesi. Beh, non so se sia trattato di sfortuna oppure di incrollabile quanto ingenua fiducia in quelle che si possono definire ormai a tutti gli effetti leggende metropolitane, ma il bar era compattamente juventino al punto che al pareggio di Morata, per non farmi travolgere dalla bile, ho dovuto raddoppiare il volume di alcolici ingeriti ed a fine partita per una sorta di compensazione divina, ho ritenuto opportuno andarmene senza pagare il conto, per bilanciare cosmicamente il rodimento di fegato. gobbi


Finalmente arriva il grande giorno dell’inaugurazione, che a tratti assume i crismi del primo giorno di università: ti basta una semplice occhiata per renderti conto di come girano le cose: tutti o quasi tirano fuori dalla naftalina il vestito migliore e sbarbati, impomatati e profumati cercano di fungere da front-men delle loro case editrici e di riuscirsi ad accodarsi allo stuolo di giornalisti e di uomini del jetset, (che a scriverlo, e di conseguenza leggerlo così, sembra una cosa infinitamente più seria di quanto in realtà non lo fosse…) che formano il quasi naturale codazzo delle autorità che presenzieranno anche quest’anno. Ad inaugurare la kermesse sembra sia venuto nientepopodimenoche il Presidente Mattarella. Uso il condizionale perchè ad oggi, ancora ci sono diversi addetti ai lavori che, evidentemente in preda a deliri complottisti, giurano che Mattarella non ci sia mai stato e che si sia trattato di un fotomontaggio, riutilizzando le immagini degli “anni belli” di quando davvero i presidenti della repubblica ci venivano. 

la famigerata area lounge

Comunque, come in ogni evento che si rispetti, dopo il primo passaggio in rassegna di padiglioni e stand con rispettivo personale in “modalità manichino dei grandi magazzini”, sopraggiunge il momento in cui ti interroghi sul fatto se hai sbagliato posto sacrificando così una settimana di salutare fancazzismo per assistere inerme alla sagra del bon ton, del politically correct, tutto ad uso e costume della noblesse oblige, quando fai quell’incontro che sai già che ti svolterà la permanenza. Si tratta di un conoscente (e già il fatto che sia una delle pochissime persone conosciute dovrebbe dirla lunga); uno dei pochi capaci di stonare con nonchalnce dallo spartito ufficiale coi suoi vestiti sgargianti ed il suo ciondolare con fare “nobiliare” lungo gli stand con quel suo aplomb a metà strada tra il dandy e il bohemien, che gli conferisce un’aurea di universale rispettabilità tra tutti i ribelli senza età (o come qualcuno con poco gusto per il non convenzionale ci definirebbe, degli sbandati senza possibilità di redenzione). Non appena i nostri sguardi si incrociano, dopo i convenevoli gli spiego di essere totalmente spaesato e lui mi accoglie e mi fa segno di seguirlo. – “La vedi quell’area lì?” – mi dice – “Quella è l’area lounge, realizzata per pochi eletti, ci vanno le personalità politiche, le star, gli editori sottoscrivono contratti con gli scrittori emergenti. Lì è tutto gratuito: la colazione, i caffè, l’aperitivo… Anzi gli aperitivi! Ecco, dobbiamo a tutti i costi ottenere un pass per entrarci!”

Entusiasmato da siffatta volontà di potenza lo seguo senza fare ulteriore domande, in quella selva di uffici, che sembrano quasi un contrappasso dantesco, per chi ha sempre avuto poco rispetto per la burocrazia; ma poco importa, tocca passarci per reclamare un pass a cui non avremmo diritto. Ma si sa, in Italia la faccia tosta e l’arte di saper intortare il prossimo attraverso discorsi mirabolanti senza capo né coda viene sempre premiata e, per una volta, noi non facciamo eccezione: dopo un’ora e mezza in giro per uffici, estorciamo, di fatto tirandoli dalle mani dell’ennesima segretaria esausta dopo uno scambio di battute, due pass adducendo come motivazione che se noi sapevamo che i pass erano lì, vuol dire che ci avevano mandato in quel posto, perchè erano nostri e poco importa se non c’era scritto da nessuna parte che erano riservati a noi… Ormai erano nostri!

la famigerata area lounge

la famigerata area lounge

Per non farmi mancare nulla, durante questo limbo che ho dovuto attraversare per entrare “nel mondo che conta”, sono stato sottoposto a un velocissimo corso di sopravvivenza per novizi al Salone del Libro attraverso suggerimenti per accaparrarsi i migliori libri senza sborsare un centesimo, aneddoti di vita vissuta e perle filosofiche dispensate con disinvoltura dal mio Cicerone d’eccezione: di ritorno verso lo stand per fare (o forse sarebbe meglio dire, tentare di fare) il mio turno, potevo definirmi pronto ad affrontare degnamente un evento di tale portata e tale convinzione veniva cementata dal boato con cui sono stato accolto dai miei sodali non appena ho sventolato il tanto agognato pass sotto i loro occhi.

Buona la prima verrebbe da dire, dall’indomani si sarebbe fatto sul serio.

Così sul serio, che decido di rompere gli indugi anche dal punto di vista stilistico. abbigliamento elegante ma con stile, con vestiti di marca belli ma falsi, proprio come i miei sentimenti di fronte a queste liturgie civili intrise di manierismo, ma in fin dai conti mi sono sempre ritenuto un campione a millantare di essere qualcuno (o qualcosa) che non sono, quale migliore occasione di questa per rendersi conto se ho ragione o meno?

Così, ostentando una sicurezza ed una padronanza della situazione che non mi appartengono minimamente, faccio il mio debutto in area lounge esibendo tronfio d’orgoglio il certificato che mi consentiva di far parte dei pochi eletti ai controlli all’ingresso e dirigendomi di gran carriera verso la colazione, scruto con fierezza il resto del mondo fuori da quella sala, quella plebe che non ha  diritto a mangiare seduta in un angolo a loro riservato nonostante i 10 Euro sborsati all’ingresso, gli altrettanti per poter prendere uno dei cestini pranzo confezionati con dentro, udite udite, addirittura della mela essiccata, grande chiusura di un pranzo che generalmente comprendeva altre portate che avevano solo l’intento di procurarti ulteriore fame.

In ogni caso l’area lounge è un posto veramente surreale: bastava attivare un attimo “il radar” per accorgersi ed inquadrare subito gli altri imbucati, che se per quelli che ormai rappresentavano “la vecchia guardia” erano conosciuti e chiaramente visibili e dei veri e propri fari nel loro fottersene di chi gli sta intorno, per quelli più inesperti, a farla da padrona era una sorta di timidezza, il malcelato timore di essere scoperti e sottoposti ad una figuraccia epica, o almeno questo succedeva fino al secondo bicchiere di vino. A parte per il personale, costretto a rispondere sempre col sorriso alle pretese per così dire stravaganti della quasi totalità degli avventori e che se avessero potuto li avrebbero volentieri presi a sprangate, quel posto era il top, il luogo ideale per scoprire tutti i pettegolezzi della così detta élite, inconfessabili pubblicamente e che costerebbero a me e a chi pubblicherà quest’articolo querele su querele qualora le scrivessi: le abitudini malsane, i vizi, la passioni, i vezzi, di tutte le personalità presenti, ma anche assenti: giornalisti, politici, scrittori, politici, editori, soubrette, in ordine sparso potevano essere, imbroglioni, libertini, ladri, disonesti, poco irreprensibili, dai gusti discutibili ecc… Credo che non esista persona di questi settori a cui non siano fischiate le orecchie in quei giorni…

Ma dopo “aver saputo tenere la posta” nell’area super vip, il vero battesimo di fuoco prevedeva un “tour esplorativo/rivendicativo di tutti gli stand del Salone del Libro”. Se un paese si può dire realmente civile in base al livello di cultura della propria popolazione, aiutare a fare evadere qualche libro dalla sua statica posizione in cui è costretto a piantonare i visitatori, aggirando anche le catene dei prezzi proibitivi non dovrebbe essere un reato, ma una nota di merito! Peccato che non la pensi così tutto il resto del mondo. Così riesco a mettere in piedi una crew di “disadattati finti ripuliti” e si parte a “sanzionare” i vari stand. Tuttavia non lo si fa indiscriminatamente, ma ci si attiene a delle regole morali: distinguere i prezzi onesti da quelli eccessivi, distinguere anche le case editrici tra quelle grandi e/o con vocazioni oligopolistiche da quelle indipendenti e magari attive nel tessuto sociale, che meritano sostegno (o quantomeno non sparizioni…) se fossimo stati dei ladri ci avrebbero definiti dei “ladri gentiluomini”, ma siccome ladri non lo siamo ci accontentiamo di essere definiti semplicemente gentiluomini.salone del libro

La prima cosa di cui mi accorgo subito, facendomi forte degli insegnamenti ricevuti, è che riesco a riconoscere i nostri “competitors”: ce n’è per tutti i gusti: c’è chi, come il sottoscritto, si veste chic per non dare nell’occhio e poter farla così sporca fino in fondo, di contro c’è chi non ci tiene alle apparenze e va all’arrembaggio senza tanti giri di parole. Una particolare menzione meritano i più creativi, ossia quelli che al furto associano anche la fantasia: da chi entra con una carrozzina il cui passeggero non sarà un pupo, ma una pila di libri, ai più classici trolley di “turisti per caso”. E poi, per dulcis in fundo, ci sono corsi istantanei di chi ci campa davvero così pronti ad insegnare la nobile arte ai novelli Lupin.

Passando per gli stand non si può restare indenni al chiacchiericcio che li avvolge, che in fin dai conti è la vera anima di questa manifestazione: mi è capitato di beccare più di qualche amico/ex collega/ compagno di classe tutti succubi della crisi del settore, tanto di idee quanto, soprattutto, di fondi. Scambiarci quattro chiacchiere come ho fatto io, potrebbe essere illuminante per chi ha partorito le norme sulla flessibilità del lavoro, che nello specifico vuol dire estrema difficoltà ad entrare in questo mercato (e automaticamente ricerca di un secondo, se non terzo lavoro per tirare a campare), ma anche con chi ha avallato le ultime politiche economiche in campo editoriale.  Agli stand, invece chiacchierando coi titolari, per tenerli impegnati ed allo stesso tempo liberare i soci per dare libero sfoggio del loro “bisogno di cultura”, c’è chi si lamenta già dal secondo giorno che gli affari vanno molto peggio dell’anno scorso, che nonostante quanto detto dai giornali ci sia molta meno gente del 2014 qualcuno per questo dà la colpa all’Expo (resta da chiarire se con tanto di black-bloc o meno),  qualcun altro alla crisi, ma in concreto cambia poco e ciò lo si evince verso l’orario di chiusura quando si intravedono i volti tirati degli standisti che neanche se avessero combattuto in trincea tutto il giorno, e quelli ancora più che preoccupati dei vari editori.  A qualcuno esce la battuta che per fare l’incasso dell’anno precedente, toccherà svaligiare la cassa di qualche altro stand, il fatto che poi questo sia successo effettivamente, fa in modo che questa potrebbe non essere stata una semplice battuta, ma una dichiarazione di intenti…                                                                                                                                                                                                                                                        Tuttavia, il vero clou di una giornata arrivava nel tardo pomeriggio quando scattava l’ora “X”: il momento degli aperitivi! A menare le danze era, manco a dirlo l’area lounge, che intorno alle 19 vedeva da un lato il raduno dell’upper class della comunicazione e dell’editoria nazionale e dall’altro una schiera di reietti, impeccabili all’apparenza, ma dallo sguardo inequivocabile. Arbitri di questa contesa la nostra vecchia guardia, che oramai dopo anni si è reciprocamente accettata con la controparte, ma che non nasconde uno sguardo di fierezza ed orgoglio nel vedere nuove generazioni di imbucati venire su impavidamente facendo venire in noi più giovani la voglia di essere un  punto di riferimento per i buoni a nulla della futura generazione. Naturalmente l’alcol gratuito, accompagnato da qualche stuzzichino (qui sorge il dubbio che avendo compreso la quantità di “visitors”, i responsabili dell’area col passare dei giorni abbiano “peggiorato” la qualità del servizio offertoci…) aumentava la disinvoltura sia negli approcci e “nelle ibridazioni” con giovani standiste o giornaliste curiose ed affascinate dal nostro essere una contraddizione vivente (c’è addirittura chi è pronto a giurare di aver “coronato” un corteggiamento in quei pertugi semi-nascosti in cui i più si rifugiavano per fumare di nascosto senza uscire dai padiglioni…), che nella “liberazione dei libri”, con azioni combinate degne delle migliori coppie gol delle squadre provinciali (sono sicuro che se ci fosse stato qualcuno a filmare la disquisizione tra il sottoscritto alticcio post-aperitivo e il personale dello stand della Romania su Ceaucescu, sarebbe stata memorabile ed avrebbe potuto riscrivere interi capitoli della geopolitica e del diritto internazionale…) al punto che dopo un tour eno-bibliografico in vari stand, al mio passaggio sento un applauso che per un secondo mi fa pensare di essere stato scoperto, ma allo stesso tempo capito ed ammirato per quello che faccio, salvo poi accorgermi pochi secondi dopo che l’ovazione era rivolta a Marco Travaglio che mi era passato a fianco senza che me ne accorgessi….

Comunque dopo aver abbondantemente attinto dall’area lounge, ci si trasformava in cacciatori seriali di aperitivi, offerti da buona parte degli editori, vuoi per ricavarne pubblicità, vuoi per disperazione visto lo scarso giro di affari, prevalentemente medi e piccoli, mai o quasi quelli grandi che si distinguevano, per l’ennesima volta per delle politiche a dir poco discutibili, che andavano da una scelta dei libri da portare oggettivamente scadente ad una ultra militarizzazione dei propri stand (che comunque è risultata abbastanza inutile…). I risultati insperati erano che al mio ritorno allo stand per fare il mio turno (non so se vi ricordate, che ero venuto qui per fare lo standista…), non so se sia autosuggestione o meno ed in tal caso non voglio saperlo, le vendite aumentavano, probabilmente per le mie abilità affabulatorie che raggiungevano il top mixate all’alcol, una sorta di Roberto delle televendite, giusto un po’ più glamour (qualche detrattore mi darebbe del radical chic sbronzo…), col risultato di riuscire ad imbastire contemporaneamente vendite di libri ed appuntamenti per la cena ed il dopocena, selezionando le feste offerte dalle case editrici in base all’alcol, alle persone che ci sarebbero andate ed alla vicinanza o meno dai Murazzi la vera Mecca notturna di noi teppa pensante.

il_baffo

In definitiva è stato proprio questo il lato più bello della mia esperienza torinese, l’essere riuscito ad intessere relazioni umane, personali e chissà anche professionali con persone che vivono sulla propria pelle non solo il momento dell’editoria, ma anche quello personale della precarietà post-laurea senza un’apparente via di uscita a medio-breve termine ed essere riusciti ad essere sé stessi anche in un evento simile con gli occhi di tutta l’Italia addosso, così dopo aver conquistato Torino, l’obiettivo per il 2016, non può che essere Francoforte!

P.S. Giustamente qualcuno potrebbe obiettare che avendo letto il titolo si aspettava di avere qualche informazione in più sull’esito del Salone del Libro, sulle conferenze e gli ospiti e magari potrebbe avere anche ragione. Ma se dopo oltre 2500 parole non ne è stato fatto cenno, non è affatto casuale e non è nemmeno per narcisismo. Come ho detto in apertura, era la prima volta che ci andavo, ma ciononostante la sensazione che ho provato è quella di un rituale freddo, stantio, e che si ripete quasi per inerzia anche nelle proteste: come quella contro la presenza dello stand dello stato israeliano, ma anche a quella dei lavoratori di una nota casa editrice che non vengono pagati da diverso tempo e che in molti ha infuso l’oscuro presagio che per via del maltrattamento delle istituzioni nei confronti del settore potrebbe a breve toccare a chiunque altro… ( a loro va in ogni caso il nostro più grosso in bocca al lupo). Un conformismo culturale, rintanato compiaciuto nella sua torre di cristallo, incurante dell’aumento dell’analfabetismo di ritorno, della carenza di biblioteche e librerie nelle nostre provincie, dell’aumento vertiginoso del prezzo dei libri e all’abbassamento ormai quasi generalizzato della loro qualità; che accetta senza colpo ferire le nuove fusioni/acquisizioni che sconvolgeranno il panorama nazionale italiano e che dovrebbero fare impallidire le autorità antitrust di fatto ha subordinato la cultura al mainstream, e che proprio nella tanto esaltata area lounge, (in cui abbiamo un po’ romanzato le vicende per evidenziarne le contraddizioni) vede sprigionata la sua quintessenza: da un lato una ristretta élite con tutti i comfort, dall’altra tutti i vari visitatori che erano costretti a mangiare (robe generalmente scadenti ed a prezzi esorbitanti) all’impiedi. Non è un caso infatti che gli incontri più partecipati siano stati quelli con personaggi televisivi: da Federico Buffa a Marco Travaglio, ma anzi è il sintomo di come il dibattito culturale non riesca ad orientare l’opinione pubblica, ma ne sia quasi succube.  D’altro canto per quello che dovrebbe essere il più importante appuntamento per i libri in Italia che vede ammassati uno accanto all’altro gli stand pagati profumatamente da tanti piccoli editori e che concede stand molto più grandi e vistosi a polizia, carabinieri, guardie di finanza, Città del Vaticano e Gran Loggia Massonica d’Italia, di cosa dovremo parlare ancora? Della proposta culturale che ha quasi snobato il settantesimo anniversario della Liberazione del nazi-fascismo oppure della scelta della prossima nazione-ospite per il Salone del 2016, vale a dire quell’Arabia Saudita dai rapporti per lo meno ambigui con l’ISIS e che non è proprio un esempio di libertà e di diritti umani? O magari dell’indagine sul Presidente della Fondazione a capo del Salone, Picchioni per peculato?

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