A voler nascondere la polvere sotto il tappeto…

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Tutt’altro che imprevisti, gli scontri del Primo Maggio a Milano mettono a nudo delle contraddizioni in seno alla nostra società che non possono essere subordinate alla ricerca della nazionalità, o peggio ancora dell’originalità di un orologio dei black-block. Una serie di riflessioni in libertà raccolte dai nostri lettori presenti al corteo.

Alla fine il bilancio dell’avvicinamento ad EXPO è stato di un morto e di qualche nucleo familiare che si è ritrovato senza casa, paradossalmente le vicende su cui è stato versato meno inchiostro.

Proprio così, neanche due settimane fa (il 21 aprile) Klodian Elezi un operaio ventunenne che lavorava in un cantiere per la realizzazione di una delle tante opere collegate ad EXPO (la Tangenziale esterna) ha trovato la morte sul posto di lavoro, nella pressoché indifferenza generale; la stessa indifferenza che accolto gli sgomberi delle famiglie nei giorni immediatamente precedenti al Primo Maggio, argomenti saltati a piedi pari dalla grande narrazione mediatica mainstream, aspetti sacrificabili sull’altare di quella che, sempre secondo questa vulgata, dovrebbe essere la grande vetrina mondiale simbolo della rinascita del nostro paese. Ovvio che, vista da questa inquadratura ciò che è successo durante il corteo di venerdì Primo Maggio abbia suscitato indignazione e rabbia, ma oltre a questi sentimenti ha suscitato una sorta di gara a chi fosse in grado di fare un quadro sociologico della protesta, in un tripudio di analisi grossolane e fantasiose.

Pur non volendo sollevare questioni di tipo meramente politico, compito che spetta alle varie strutture che,  a dire il vero in questo determinato snodo più che in altri, sono state abbastanza tempestive nel farlo (che poi, accanto a chi provi a farlo onestamente con risultati altalenanti, vi sia qualcuno che lo faccia in maniera manichea, qualcun altro  lo faccia in maniera cerchiobottista e altri ancora che si comportano come se il discorso non li riguardasse da vicino, rientra da sempre nel gioco delle parti…) e non volendo ridurre tutto ad un esercizio di cronaca giornalistica, la giornata di venerdì scorso, ha sollevato, (o forse, non trattandosi di cose inedite, sarebbe meglio dire cristallizzato) delle questioni che sembrano ineludibili sia per lo sviluppo tanto individuale quanto collettivo di forme di coscienza che automaticamente diventano forme di protesta.

Il resto non lo si può ancora nemmeno definire storia, ma cronaca contemporanea, anche troppo: vari video impazzano sul web: tutti o quasi a sbellicarsi dalle risate per l’intervista di un ragazzino confuso preso come emblema della “pochezza intellettuale” della protesta, le battute macabre su un manifestante in carrozzella (a proposito di pochezza umana…), tanti a vedere e rivedere, magari fra frasi bigotte di facciata e pensieri inconfessabili in privato, il video della manifestante arrestata (a lei ed a tutti gli altri arrestati va il nostro saluto) che per provocazione propone del sesso selvaggio in cella; la commozione per le vetrine sfasciate, la rabbia per le auto in fiamme e per chissà quanti altri feticci di questa società, l’odio nei confronti dei manifestanti che hanno deciso di mettere a ferro e fuoco alcune delle vie simbolo della “Milano Bene”. Quella stessa Milano che più di ogni altra città rappresenta la capitale morale della borghesia italiana,  che, almeno negli ultimi trent’anni l’ha trasfigurata per renderla a sua immagine e somiglianza, non solo, dal punto di vista urbanistico, ma anche da quello sociale che ha registrato un progressivo impoverimento delle relazioni umane ed il quasi definitivo tramonto di concetti come quello di solidarietà appannaggio dell’individualismo e dell’edonismo, veri motori dell’iniziativa “Nessuno tocchi Milano” promossa dal sindaco.                                                       

Ecco, questo è uno di quei punti che il movimento dovrebbe metabolizzare il prima possibile: né esso, né nessun altro costituiscono il 99% della società,  non è mai accaduto, neanche ai tempi della Resistenza, figurarci ora. La realtà, molto meno romantica e tremendamente pratica è che l’Italia è quanto mai divisa in classi, in blocchi sociali e se da un lato c’è chi ha devastato Milano venerdì, dall’altra c’è chi Milano l’ha devastata o l’ha lasciata devastare negli ultimi decenni attraverso speculazioni, gentrificazione e cemento; le stesse persone che si sono riscoperte forcaiole venerdì sera, sono, per la stragrande maggioranza i garantisti quando si tratta di appalti truccati, corruzioni, peculato e affini, quelli che quando vedono persone disperate chiedere l’elemosina le guardino con malcelato fastidio; non sono sconvolti tanto per il reale valore di quello che è stato distrutto, ma per quello simbolico, il feticcio della merce ( dal SUV all’I-phone) l’unica vera ideologia tollerata dal potere nel terzo millennio.no expo 2

Al di là di quanto possa piacere o meno la famosa citazione di Brecht sul fiume e gli argini, quello che è certo è che in una situazione disastrata come quella dell’Italia di oggi in cui a parte la crisi o presunta tale di legittimità dei movimenti, sembra proprio che si stiano chiudendo definitivamente i margini di agibilità democratica davanti all’ascesa di quello che di fatto è un partito unico della nazione, o se preferite, il curatore fallimentare dell’Italia inviatoci da Bruxelles che, a quanto pare ha preso di mira i più poveri per tutelare i più ricchi; l’unica cosa di sorprendente è che episodi come quelli di Milano avvengano a scadenza prestabilite e non spontaneamente.

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uno dei tanti errori marchiani che si possono ammirare in questa kermesse.

Non si tratta qui di fare un’apologia del “riot”, (come va tanto di moda chiamarlo adesso) in quanto tale, in fin dai conti dall’iconoclastia al luddismo la storia è piena di casi di sfoghi e distruzioni contro gli oggetti visti come simbolo di sfruttamento. La vera questione è analizzare oggettivamente che in quella che è la più violenta crisi economica (almeno) degli ultimi ottant’anni che non fa altro che produrre esclusione sociale, povertà e acuire le diseguaglianze, è alquanto improbabile che tutto ciò venga accettato senza colpo ferire da chi viene escluso dai cicli di produzione e di ridistribuzione della ricchezza o da quella generazione che si ritrova, la prima dal dopoguerra a vivere peggio dei propri genitori e a non avere un futuro garantito. Figurarsi poi in un contesto specifico come quello dell’EXPO che durante la sua lunga gestazione è stata in grado di rispolverare la definizione di “Imperialismo straccione”, questa volta nella sua emanazione culturale, coniatale ormai un secolo fa e non potrebbe essere altrimenti di fronte all’affidarsi quasi sistematicamente a giovani “volontari” a cui è stato riempito il cervello di stronzate del tipo dell’autovalorizzazione, quando quello che vivono è molto più vicino allo schiavismo che ad altro ed il risultato di  ciò è che giocoforza hanno svolto un lavoro in fase organizzativa a dir poco carente, ma di questo si fa finta di nulla, perché il maquillage prima che sui padiglioni vergognosamente ancora incompleti si è verificato sull’informazione, perché è giusto ricordare che già ben prima della giornata del corteo le motivazioni dei comitati No-EXPO erano già state sigillate da molto tempo. Ma questo sorprende solo chi crede ancora di vivere in una cornice democratica accettabile e fa finta di non conoscere il cortocircuito mediatico del nostro paese certificato dal settantreesimo posto occupato nella classifica inerente la libertà di stampa; roba che con un pizzico di cinismo in più la cosa migliore sarebbe potuta essere quella di non dare nessun parafulmine al Governo, ma lasciargli vivere tutto il fallimento dell’EXPO, dei suoi padiglioni che crollano, del numero di ingressi ben al di sotto delle aspettative e molto altro ancora, ma oggettivamente assistere imbelli all’elevazione a dogma del lavoro gratuito e di una narrazione trionfalistica, mentre la gente muore di fame sarebbe stato davvero troppo…

Certo, da qui a pontificare acriticamente gli scontri di Milano e tutti quegli eccessi evitabili e controproducenti (a meno che tutti gli addetti ai lavori non credano in maniera ingenua che bruciassero solo auto e vetrine di lusso, che sembra siano state sì la maggioranza, ma non le uniche…) ce ne passa, ma sarebbe a dir poco ipocrita meravigliarsi e scandalizzarsi per quanto successo, soprattutto alla luce del fatto che chi era in quel corteo e non ha partecipato ai momenti più conflittuali ci è rimasto fino alla fine. Poi si potrà discutere o meno che il tutto sia stato fatto ad uso e consumo dei media, ma in piena epoca della comunicazione multimediale sarebbe stato quasi impossibile il contrario e poi, diciamoci la verità, la spettacolarizzazione del conflitto ha giovato a tutti (non si spiegherebbe altrimenti un servizio d’ordine fatto coi piedi, quando sarebbe bastato sgomberare le auto e gli altri oggetti dal percorso del corteo, come si fa di solito, per ridurre sensibilmente i danni): alle forze dell’ordine, ormai più interessate a fare politica attraverso le loro articolazioni sindacali che  potranno continuare la loro litania sui rischi che corrono in piazza, alle opposizioni che proveranno a mettere in difficoltà il governo chiedendo le dimissioni di Alfano, al governo stesso che ha distolto l’attenzioni dall’Italicum, dalle speculazioni intorno ad EXPO, dall’ultimo schiaffo ricevuto dalla troika in materia di pensioni e magari potrà ripresentare le norme liberticide sui cortei contando sul clima di commozione generale. Resta da capire se abbia giovato o meno anche ai movimenti che per il momento hanno prodotto poco di più che immaginario, ma che una volta archiviati i processi interni condotti dai pompieri di ogni risma, dovrà capire cosa vuole fare da grande e cercare di capitalizzare politicamente nel migliore dei modi quell’eccedenza umana che non è assorbita dalla rappresentanza partitica. Una sfida tutt’altro che semplice, ma che merita di essere affrontata da chiunque  abbia il coraggio e la determinazione di voler essere artefice del proprio futuro e non subirlo passivamente.

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Un pensiero su “A voler nascondere la polvere sotto il tappeto…

  1. Quando capira’, caro Reginaldus, che continua a fare il donchisciotte a torto? Il 50% dei tedeschi e’ cattolico e fa parte della Chiesa Cattolica a pari titolo degli altri popoli. Lasci perdere i lanzichenecchi se non ha argomenti piu’ seri.Quanto invece al merito della nomina di un vescovo (arcivescovo) non in cura d’anime, il problema teorico c’e’, ma non mi sembra in questo momento quello piu’ importante, ce ne sono altri, ma li afne2ftrra&#8o17; il prossimo papa, quando sara’.

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