Zerocalcare: A Kobane per disegnare il presente e realizzare il futuro!

rojava callingAnche noi desideriamo rendere omaggio alla  vittoriosa resistenza di Kobane che dopo ben 133 giorni è riuscita a scacciare le milizie dell’ISIS e lo facciamo pubblicando un’intervista a Zerocalcare che  ci parla del  suo viaggio in Rojava e dell’esigenza di raccontare, a modo suo, le emozioni che questo viaggio ha suscitato in lui, tra la voglia di diffondere il più possibile le pratiche di autogoverno e superamento delle differenze che i curdi stanno attuando e la necessità di tenere sempre alta l’attenzione su questo sanguinoso conflitto che ha visto un eroico popolo fronteggiare da solo una minaccia mortale non solo per sé stesso, ma per l’intera umanità; con la consapevolezza che la storia a Kobane non finisce certo oggi, ma dev’essere ancora scritta.

BeccoDelTucano: “Cosa ti ha spinto ad andare fino a Kobane?”

ZeroCalcare: “In realtà ci sono un sacco di motivi. Mi sento da sempre abbastanza interessato alla questione curda. Ho cominciato a fare politica nel periodo in cui c’era  Ocalan  a Roma, una vicenda che ho vissuto abbastanza da vicino, anche perché era il periodo che i centri sociali si erano accollati l’accoglienza  di “Piazza Kurdistan”, per accogliere i curdi che venivano da tutto il mondo. Poi quando è iniziata questa situazione a Kobane, me la sono seguita piuttosto da vicino, come un po’ tutti i compagni italiani l’hanno seguita sia per questa vicinanza, sia perchè Kobane, anche se l’abbiamo scoperta un po’ in ritardo, perchè in pratica l’abbiamo scoperta quand’è iniziato l’assedio della città da parte dell’ISIS, ma quell’esperienza, quella della Rojava,  in realtà è un’esperienza che è molto vicina a noi come linguaggio, come pratiche e più in generale come orizzonte; anzi con la differenza che loro una rivoluzione l’hanno fatta e noi no. Quindi a me è sembrato proprio naturale, quando un paio di persone all’interno dei vari spazi occupati hanno cominciato ad organizzarsi per andarci; un po’ per l’aspetto legato alla staffetta che aveva un duplice risvolto uno in  chiave una umanitaria e l’altro di informazione; ma anche perchè in questo periodo mi sta dicendo un sacco bene rispetto ai fumetti e c’è tanta gente che mi legge e mi sembrava potesse essere un’occasione buona per raccontare tutto .”

BdT: ” Com’è andata nello specifico l’organizzazione del viaggio?”

ZC: “I primi ad andarci sono stati i compagni di Napoli, successivamente i compagni di Bologna e di Padova hanno cominciato a prendere contatti lì sul posto. Per quello che riguarda noi di Roma, ci siamo relazionati con “Ararat” e con la comunità curda di Roma che ci ha dato un super appoggio. Tra l’altro nella staffetta con noi c’era un curdo romano che faceva da interprete. Poi una volta giunti lì abbiamo provato a fare un lavoro che avesse una qualche forma di continuità con chi c’era stato prima di noi, anche dal punto di vista del semplice coordinamento, per evitare di sovraccaricare di impegni le persone  chi ci avrebbero dovuto ospitare.”

BdT: “Chi vi ha supportato concretamente nell’organizzazione di questa carovana?”

ZC: “La carovana è autofinanziata nel senso che, come ti dicevo, il supporto che abbiamo avuto è stato logistico, ad esempio per dirci dove andare a dormire e mangiare  ce lo ha dato la comunità curda di Roma, ma dal punto di vista economico (da come trovare i soldi per partire a come portare gli aiuti là) proviene tutto dalle varie iniziative di autofinanziamento organizzate precedentemente a Roma.”

BdT: “Una volta arrivati a Kobane cosa avete trovato davanti ai vostri occhi, più o meno quello che immaginavate, oppure  cose diverse dalla narrazione mainstream?”

ZC: “In realtà ho trovato una roba molto diversa dall’idea che mi ero fatto. La narrazione mainstream ha parlato quasi completamente dell’aspetto  del conflitto e non ha mai affrontato gli aspetti interessanti della Rojava e della sua esperienza politica. Questo è un aspetto molto importante ed allo stesso tempo bellissimo, perchè è una roba vera: non sono quelle classiche dichiarazioni di intenti  belle sulla carta, ma sono cose praticate concretamente. Ovviamente, noi non abbiamo potuto vedere l’organizzazione sociale della Rojava perchè è una zona in guerra a tutti gli effetti. Però ad esempio il campo profughi è organizzato esattamente nella stessa maniera, con delle commissioni, con la partecipazione diretta; inoltre la “capa” che gestiva il campo profughi era una donna, la capa del villaggio dove stavamo noi era una donna, la sindaca della cittadina più vicina era una donna. Quella roba effettivamente è vera! La cosa interessante da questo punto di vista capace di  disinnescare i meccanismi tipo alla Borghezio per intenderci è che loro allo stesso tempo continuano a rivendicare il loro essere musulmani, sostenendo che sarebbero quelli dell’ISIS i veri infedeli, delle bestie e che questa rivoluzione femminile e femminista è assolutamente compatibile con la loro religione. Questi aspetti sono molto interessanti, eppure non vengono mai raccontati. Poi più in generale è molto interessante soffermarsi su quelle cose che non vengono raccontate nemmeno nei report di quelli che si definiscono  più o meno compagni; anche loro puntano sulla spettacolarizzazione, mentre invece aldilà di quest’aspetto, che pure va raccontato, è proprio interessante vedere l’organizzazione durante la vita quotidiana. Sono questo gli aspetti che ci parlano di questo popolo, molto più delle guerre. Infatti per loro la guerra  non è un elemento fondante della loro società e del loro immaginario. Anche le foto dei martiri, dei morti, non sono con le armi in pugno. Loro sono una società che combattono, perchè devono combattere per sopravvivere, ma non hanno il pallino della violenza e della guerra.”

BdT: “Mi sembra di capire che sono queste le motivazioni che ti hanno spinto a fare il reportage a fumetti di quest’avventura. Quale pensi possa essere l’apporto di un’iniziativa come quest’ultima alla comprensione, da parte del grande pubblico,  della causa della Rojava e dell’importanza della loro lotta?”

ZC: “Quello che spero di fare col fumetto è di riuscire a raccontare questa storia in maniera accattivante, per chi non è di solito molto interessato alle questioni geo-politiche. Secondo me questa storia è una roba che vale la pena raccontare e che sarebbe davvero un peccato  se restasse relegata nel campo dei sostenitori del Kurdistan o agli studiosi di conflitti globali. Quello che succede in Rojava dovrebbe essere un esempio soprattutto per la gente normale. Mi auguro vivamente che il fumetto servi proprio a questo passaggio: rendere questa storia nota a chi di solito non si interessa di cose simili.”

BdT: “Secondo te, concretamente cosa possiamo fare dall’Italia per Kobane?”

ZC: “Secondo me questo è un po’  il nodo che dobbiamo capire tutti noi. Sicuramente ci sono dei passaggi di tipo politico, che poi sarebbero i nostri classici strumenti, per fare delle pressioni a livello internazionale, principalmente per denunciare il ruolo della Turchia che è assolutamente complice dell’ISIS aiutando i guerriglieri a transitare dal suo confine, mentre dall’altro lato crea problemi anche per far arrivare gli aiuti umanitari nei centri dei profughi; possiamo chiedere il riconoscimento politico-diplomatico della Rojava;  l’apertura di un corridoio umanitario che consenta ai profughi della regione di uscire e di far arrivare nel territorio farmaci ed aiuti di ogni genere; potremmo fare informazione e cercare di capire che tipo di progetto mettere in piedi per costituire un legame concreto e duraturo nel tempo con quei territori.”

BdT: “Condividi il giudizio di chi vede nella Rojava una sorta di laboratorio di scambio di idee e pratiche politiche e sociali tra i curdi ed i militanti di tutta Europa?”

bdt

membri dello YPJ e dello YPG issano la loro bandiera sulle alture orientali di Kobane, ultimo avamposto dell’ISIS ad essere liberato

ZC: “Uhm… Sì. Nel senso che secondo me, al momento questo laboratorio è ancora tutto da costruire e al momento si trova ancora in fase embrionale. Al momento siamo ancora ad un livello preliminare dove c’è gente che va a vedere che succede lì. Però mi pare che ancora non c’è in piedi un progetto vero e proprio da entrambi i lati. E’ una roba che va costruita lentamente e che sicuramente non si costruisce da sola.”

BdT: “In definitiva, che sensazioni ti ha lasciato questo viaggio. Ti va di ricordare qualche momento in particolare?”

ZC: ” Beh, mi lasciato veramente un sacco di sensazioni, e doverne scegliere qualcuna a discapito di altre è molto difficile. Ad esempio, una cazzata proprio: il villaggio dove stavamo noi è quello più vicino a Kobane,  e quindi è quello dove si radunano sia i familiari di coloro che combattono, sia i solidali internazionali come noi; una volta noi abbiamo chiesto il permesso di fare una cosa che adesso neanche ricordo bene e la capa villaggio insieme ad altri ci ha risposto che noi non dovevamo avere quell’atteggiamento ossequioso del chiedere, perchè in verità noi non eravamo ospiti; noi  che stavamo lì, in qualche modo stavamo partecipando alla resistenza di Kobane e quindi magari potevamo parlare tranquillamente con gli altri delle nostre proposte, ma non dovevamo chiedere perchè facevamo tutti parte di quel meccanismo di partecipazione diretta. E ti assicuro che è stata una cosa molto bella!”

BdT: “Consiglieresti agli altri di fare quest’esperienza? Come si può fare per organizzarsi e andarci?”

ZC: “Sicuramente la consiglio, però nei termini in cui dicevo prima. Dobbiamo trovare la formula giusta per rendere questa robna effettivamente  utile per tutti. Diciamo che il modo in cui ci siamo andati noi e quelli prima, per quanto sia senza ogni dubbio positivo, dall’altro ha bisogno di un passaggio successivo. Dobbiamo riuscire ad inventare insieme ai curdi una maniera  nuova e più aderente alle necessità: non possiamo riprodurre lo stesso meccanismo di viaggio che produce interviste all’infinito; è una cosa che dobbiamo capire come fare evolvere e come dargli un nuovo orizzonte; un orizzonte che una volta che sei l’ inevitabilmente coltiverai un sacco. Sai, noi sosteniamo un sacco di cause perchè sono giuste, senza necessariamente  condividere il modello di società che  si andrebbe ad instaurare nel momento in cui quelle cause dovessero vincere; in questo caso, io ho proprio la sensazione che nel momento in cui i curdi avranno l’opportunità di esprimere i loro modelli di società una volta  passata questa guerra; quello sarà un posto che effettivamente avrà grosse affinità coi nostri modelli di riferimento”. 

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