Un Diario di Sherwood

sherwood . Come avrete già capito, il tempismo non è la qualità principale di questo blog, ma grazie a Gaia Cocchi, ecco a voi un’interessante testimonianza personale di quello che è lo “Sherwood comix,” probabilmente la principale rassegna italiana in cui il fumetto si fonde col messaggio politico e sociale generando commistioni importanti per incentivare il nostro immaginario e magari anche il conflitto.

Sono davvero convinta che, eccetto gli aridi di spirito – quelli davvero aridi, da cui sarebbe difficile spremere una goccia di fantasia anche a strizzarli come una spugna – tutti coltivino dal primo all’ultimo dei loro giorni una serie di sogni. Alcuni te li tieni stretti nell’abusato cassetto insieme alla mutande sporche, altri cambiano o svaporano come una Peroni. Sogni da molto o sogni da poco, la cosa è irrilevante: il nocciolo è quello. A me non è mai riuscito difficile sognare, anzi. Il più delle volte mi capita di partire per voli pindarici che farebbero invidia ad un Lannister (anche se ci tengo a sottolineare non nel senso economico). Tutto questo sproloquio per dire che da quando ero ancora una ragazzina sognavo lo Sherwood Comix. Potrà sembrare una baggianata, credetelo pure, ma non lo è. Un’iniziativa nata nel “favoloso mondo” del Leoncavallo, quello dove AVEVANO CACCIATO LE GUARDIE. Un posto dove una volta l’anno l’unione di fumetto e politica – l’unione più splendente che all’epoca, e tutt’ora, mi potesse venire in mente – si rinnovava. Mi immaginavo tutti gli autori che avrei voluto conoscere (più sinceramente essere) che si mettevano in viaggio simili a tanti Kerouac, con lo zaino pieno di matite, penninni e pennelli, pronti a incontrarsi TUTTI ALLO SHERWOOD! Credo somigliasse a una cosa simile ad una bukowskiana corte di re Artù del fumetto, nella mia testa. Credo che il nome mi influenzasse non poco: Sherwood, la foresta dei ribelli, di quelli che combattevano i ricchi per dare ai poveri…

Una foresta piena di luci, perciò, tante tende e capannelli, fumetti e libri ovunque, fogli e colori. Aria piena di fumo, vociare impegnato e felice, musica scoordinata. Birra in bicchieroni di plastica, grigliate sfrigolanti. Ci mancava davvero solo Little John che improvvisava un ballo con Lady Cocca. Sogni da ragazzina. Ma ogni tanto capita che la vita ti fa un favore e a me ne ha fatto uno enorme, dandomi la possibilità ed i mezzi per scrivere ciò di cui volevo scrivere. Comix Riot ( leggi qui la recensione N.d.T.)l’ho scritto per me, ma la condivisione è una parte fondamentale della mia vita, una cosa in cui credo davvero: avere la possibilità di condividere il mio libro, per quanto mi imbarazzi la gran parte delle volte, è stato un altro enorme favore. Ovviamente gli anni erano passati, non immaginavo più lo Sherwood esattamente in questi termini, ma non essendo ancora riuscita ad andarci un po’ di alone mitologico rimaneva, poche chiacchiere.
Una mattina capita che apro la mail. Claudio Calia, l’equivalente del Little John di cui sopra, mi chiedeva di andare allo Sherwood con gli equivalenti di Robin Hood, Alan-a-Dale, Miller, Much e Will Scarlett per parlare proprio di ciò di cui avevo scritto, di quello che amavo, di fumetto politico. C’ho messo meno di tre minuti, credo, a immaginarmi coi miei libri su un qualche treno diretto in quel di Padova, finalmente anche io una Kerouac delle nuvole, orfanella ammessa nel bosco dei fumettisti ribelli, con tutti i miei stracci.
Alla fine allo Sherwood ci sono andata in macchina.
Alla fine, trascorsi gli anni, sotto un punto di vista strettamente politico, sarei stata il classico pesce fuor d’acqua.
Alla fine lo Sherwood era diverso, ma oh, ragazzi, neanche poi così tanto.

Comix-Riot-PIATTOCercherò di andare con ordine, ma l’ordine è sempre stato un orizzonte da raggiungere nella mia vita, più che una componente strutturale. Quindi, in caso, non me ne vogliate perché, per dirla proprio tutta, ero fottutamente emozionata. Era la prima volta capite? E avrei PARTECIPATO, non avrei solamente osservato. Partecipare… spaventoso, diavolo. Ero persino tentata di scrivermi un discorso: questo dovrebbe dare l’idea delle condizioni in cui versavo, ma non giudicate. Prima o poi capita a tutti qualcosa che non dovrebbe far paura e che invece, a voi, terrorizza.

Non vi annoierò parlando di come effettivamente sia andato il mio evento – anche se, a parte i miei sproloqui, dovreste vedervelo, perché hanno partecipato le cime del fumetto italiano (http://www.sherwood.it/risorsa/6592/il-fumetto-siamo-noi) con degli interventi che definire interessanti è svalutarli. Parlerò dello Sherwood Comix, invece, un evento, un evento VERO per chi ama sia il fumetto che la politica. Un posto dove, per più di un mese, puoi trovare concentrati centinaia di titoli il cui valore è praticamente indubbio. Studiate, selezionate e soprattutto spiegate, una volta l’anno le migliori opere – italiane e internazionali – del fumetto approdano sotto questo padiglione. Non sottovalutate già solo questa cosa. Chi ama come me i fumetti saprà ciò di cui sto parlando. Entrare in fumetteria è come entrare in libreria: ci si ritrova al centro di un fuoco incrociato intellettuale, in pratica. Si viene bombardati da una quantità veramente spropositata di proposte che ti accecano, assordano, distraggono, inibiscono. Avevo voglia di quello, ma guarda è uscito questo, oddio e ora quest’altro cos’è? Troppo. Discernere tra le cose che ti interessano, quelle che potrebbero interessarti, tra il bello e il brutto, si fa sempre più difficile. Allo Sherwood il difficile era solo resistere alla tentazione di spendere tutti i soldi che ti servivano per il viaggio di ritorno. Parlando sempre su di un piano assolutamente personale, non ho trovato un titolo che non avrei sfoggiato un po’ tronfia nella mia libreria. Il tutto organizzato in maniera così coerente e tematizzata da apparire cristallina. Un lavoro di cura che non era facile aspettarsi (come disse il Faciolo, proprio in tale occasione: «E’ talmente ben organizzato che non sembra una cosa fatta da compagni». E al che ho sempre ringraziato una ipotetica e fittizia entità celeste e Claudio per averla presa per ciò che effettivamente era, un complimento).
Si può essere d’accordo o non d’accordo con le scelte politiche dell’organizzazione, si può essere Disobbedienti o meno per dirla esplicitamente, ma non si può negare la palese verità: lo Sherwood Comix era e continua ad essere una cosa grande, veramente tanto grande, per il fumetto “underground” e non, per quello politico e non, per quello più o meno impegnato, per il graphic novel e per il graphic journalism. Lo è per ciò che continua a fare nonostante Padova si ritrovi con un sindaco che vieta di “sovraffollare” (!!) le case o di sedersi per terra: istituire un luogo dove tutti si siedono per terra, per così dire. Lo è perché continua ad essere un posto dove anche una come me, a disagio sempre e ovunque, ha potuto parlare liberamente, di quello che voleva. Lo è per ciò che produce, sia sul piano strettamente pragmatico – le sue raccolte, per quanto mi riguarda, sono tra le produzioni italiane più importanti degli ultimi decenni – sia sotto il punto di vista dell’immaginario. Perchè? Perchè continua ad offrire la possibilità dell’incontro e soprattutto del confronto. Un confronto che può non portare a niente, certamente, ma che altrettanto spesso da vita a relazioni, collaborazioni, idee e immaginari nuovi.
Questo è stato lo Sherwood Comix per me – oltre che sonore sbronze protrattesi fino alle ore piccole, perché, c’è poco da negarlo, i padovani proprio non scherzano. Un’avventura reale, un tassello fondamentale per sapere davvero, per convincermi completamente che avevo ragione, che si, il fumetto può davvero cambiare qualcosa in questo mondo di merda.

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