Diritto di resistenza, dovere di raccontarla!

Kobane-poster Lo scorso Primo novembre è stata la giornata internazionale di solidarietà con Kobane, ma poichè il conflitto nella Rojava non è terminato quel giorno, è doveroso continuare a seguire la situazione, comprendendo la portata epocale di tali avvenimenti, cercando di sostenere la resistenza in tutti i modi a noi possibili. Nel nostro piccolo, proviamo a mantenere alta l’attenzione e a far conoscere la straordinaria esperienze di autogoverno e di lotta popolare in queste regioni del Kurdistan siriano, cercando di stimolare la curiosità di chi ci segue, ascoltando nella prossima puntata della trasmissione radio, i racconti di chi ci è stato di persona e fornendovi qualche informazione e delle nuove chiavi di lettura. Una cosa è certa: a Kobane si sta scrivendo la storia!

 

 

 

 

Coi suoi 40 milioni di componenti, quello curdo è tuttora il più numeroso popolo senza terra.

Diviso in quattro stati (Turchia, Siria, Iran ed Iraq), il Kurdistan rappresenta il classico caso di nazione sacrificata sull’altare degli interessi della realpolitik da parte delle grande potenze coloniali; poichè dopo una sostanziale autonomia vissuta durante buona parte del dominio ottomano,  in seguito al Trattato di Sèvres del 1920 che avrebbe dovuto spartirne i resti,  si profilò l’opportunità della creazione di uno stato curdo indipendente. Tuttavia esso non fu mai ratificato e fu sostituito da quello stipulato a Losanna nel 1923 eccessivamente compiacente nei confronti della nuova Turchia kemalista e della sua politica di omogenizzazione nazionale che ha portato alla pressochè totale cancellazione di ogni traccia di tutto ciò che potesse ricordare i curdi, definiti da lì in avanti “turchi di montagna” e condannando la regione al sottosviluppo, nonostante la presenza sul territorio di giacimenti di petrolio e di falde acquifere.

Da lì in seguito, la vita per i curdi non fu affatto facile, ma sarebbe stata costellata da numerose rivolte sedate nel sangue. Basti pensare all’utilizzo di armi e alla repressione brutale perpetrata dal regime di Saddam Hussein in Iraq che ha causato oltre 100.00 vittime e circa 2.5 milioni di profughi; oppure allo stato d’assedio perenne instaurato nel Kurdistan iraniano che vede impiegati  a 150.000 soldati  e che negli anni ha prodotto quasi 20.000 vittime. Quanto alla Turchia, ci troviamo dinnanzi ad una lunga sequela di leggi speciali, campi di concentramento, instaurazione della legge marziale, messa al bando della principale organizzazione politica, quel PKK, dichiarato organizzazione terroristica, guidato da Ocalan imprigionato da 15 anni in una prigione speciale e con cui anche l’Italia dell’allora governo D’Alema, non ha perso l’occasione per fare l’ennesima figura magra in quanto a diplomazia internazionale.

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Al di là di tutte queste nozioni, facilmente rintracciabili in un qualsiasi sito di storia, ciò che oggi sale agli onori della cronaca, è la parte siriana, più precisamente la regione del Rojava e la cittadina di Kobane, in cui si sta svolgendo, senza soluzione di continuità, una battaglia campale, dove la posta in gioco è molto più alta di quanto si possa immaginare.

L’attacco portato avanti dalle milizie dell’ISIS è di una ferocia inaudita e le condizioni in cui le truppe curde si ritrovano a doversi difendere sono a dir poco proibitive, tanto da indurre diversi commentatori a scomodare paragoni storici di una certa rilevanza, come la battaglia di Stalingrado, per via della ferocia in campo e per l’andamento che vede i due fronti combattersi casa per casa, oppure (anche se francamente ci auguriamo di no) la rivolta del ghetto di Varsavia, e qui il riferimento è alla politica decisamente ambigua della Turchia (oltre che di molti altri stati arabi) che, se da un lato si dimostra troppo rigida nel concedere assistenza ai profughi e nel concedere il passaggio sul proprio territorio a chiunque volesse appoggiare la causa di Kobane, dall’altro chiude un occhio (e forse tutti e due) di fronte all’attraversamento delle sue frontiere da parte dei guerriglieri dell’ISIS, di fatto appoggiandoli, quanto meno, indirettamente.  Il motivo di questo comportamento non è dovuto ad un semplice odio quasi atavico nei confronti dei curdi, ma forse lo si deve soprattutto, a quello che sta accadendo nella Rojava ed a quello che rappresenta da oltre due anni a questa parte.

Infatti, Kobane non è solo il teatro di uno scontro all’ultimo sangue tra le sanguinarie truppe del califfato islamico che ormai attaccano senza sosta da mesi e mesi la regione e rappresentano le più retrograde istanze dell’islamo-fascismo, ed una caparbia comunità che si difende da sola attraverso delle milizie popolari e che, pur sentendosi ugualmente musulmana, sta dando vita a pratiche politiche e sociali all’insegna dell’autogoverno dei territori, dell’emancipazione e dell’autodeterminazione senza nessuna discriminazione territoriale religiosa o di sesso, dotandosi della costituzione più democratica mai ottenuta in questa area, la Carta del Contratto sociale, un utile punto di partenza per tentare di destrutturare lo status-quo internazionale con delle proposte e delle pratiche concrete di governo dal basso, tutti aspetti potenzialmente destabilizzanti per i regimi dell’area. In buona sostanza, Kobane è un crocevia fondamentale nella lotta tra nuove sperimentazioni sociali progredite ed il ritorno ad un nuovo Medio Evo oscurantista

Un giorno nelle postazioni delle YPJ

Ovviamente, di tutto ciò sui grandi media non vi è la benchè minima traccia, anzi in molti casi, quando se ne parla, si tende a banalizzare quanto vi sta accadendo, sia dando false informazioni soprattutto per quel che riguarda gli aiuti esterni e l’accoglienza per i profughi; e sia svuotandone il significato, non indagando sulla ragione che spinge curdi emigrati, accorrere da tutto il mondo per difendere Kobane, ma tutto viene appiattito sul punto di vista occidentale e questo vale soprattutto per quel che riguarda la stampa nostrana ormai addomesticata al sensazionalismo da cronaca rosa ed un esempio lampante è stato il modo di affrontare la vicenda del battaglione femminile dello YPG, trattata quasi come l’ultima moda delle donne curde e non come un forte esempio di emancipazione femminile attraverso la lotta, per giunta in un contesto molto particolare come il Medio Oriente.

Pertanto, appoggiare la causa della Rojava, non vuol dire semplicemente mantenere quella vocazione internazionalista che ci porta automaticamente a solidarizzare ed a sentirci idealmente sullo stesso fronte di chiunque combatta in ogni angolo del mondo contro le barbarie, la prepotenza ed i disegni imperialistici; ma vuol dire anche sostenere una di quelle sempre più rare situazioni in cui il conflitto reale supera l’immaginario, per via delle proibitive condizioni in cui esso si svolge quotidianamente e non soltanto quando ne troviamo traccia nei  giornali,  ma che merita di essere raccontate sempre, per mantenere alta l’attenzione, cercando di mettere pressione sulla Turchia affinchè abbia un comportamento meno ambiguo e perchè si possano tramandare le gesta a lungo ed essere inserite nel nostro patrimonio storico come una delle pagine più valorose.

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Un pensiero su “Diritto di resistenza, dovere di raccontarla!

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