La giustizia resta sempre l’utile del più forte

Cucchi  La grottesca sentenza del  caso Cucchi, sommata alle cariche ai lavoratori, e tutto il corollario di dichiarazioni seguite, pongono delle riflessioni amare: senza dover necessariamente scomodare il filosofo ellenista Trasimaco, appare palese che in Italia la giustizia  è tutt’altro che neutrale, in quanto sceglie accuratamente quali soggetti colpire e quali risparmiare.

 

Grazie a quella giuste dose di pragmatismo, necessaria per sopravvivere ai tempi vigenti, chi scrive non ha mai realmente preso in considerazione l’opzione che la legge sia davvero uguale per tutti e che l’udienza odierna avrebbe indicato dei colpevoli per la morte di Stefano Cucchi.

In fin dai conti, lo schema è  più che collaudato da anni ed anni di pratica: da Carlo Giuliani a Federico Aldrovandi, passando per Giuseppe Uva, Gabriele Sandri, Davide Bifolco ma anche Paolo Scaroni e per tutte le svariate centinaia di persone, (sembra, oltre 500) che, dal dopoguerra in poi, hanno subito gravi violenze ed abusi da parte delle forze dell’ordine: basta indossare una divisa per avere la certezza dell’impunità. D’altro canto, pensare che  lo stato possa condannare se stesso in nome di una fantomatica divisione dei poteri che viene esercitata solo in funzione dei regolamenti di conti interni tra i vari blocchi di potere, vuol dire non solo essere degli inguaribili ottimisti ed avere una cieca fiducia nel funzionamento di uno stato che ormai non ha più interesse nel mantenere una minima parvenza di giustizia sociale. Ma vuol dire, soprattutto, non comprendere pienamente il delicato passaggio storico che stiamo vivendo in cui la polizia attraverso le sue emanazioni sindacali fa politica a tutti gli effetti e si lascia andare in atteggiamenti ampiamente provocatori. Il presidio organizzato sotto casa della famiglia Aldrovandi, così come le vele noleggiate per denigrare la memoria di Carlo Giuliani, nonchè la querela ai danni di Ilaria Cucchi, sono sintomi inequivocabili del delirio di onnipotenza vissuto da questi soggetti, protetti ad oltranza da quello che probabilmente è il peggior Ministro degli Interni della Seconda Rpubblica, e che fanno il paio con le gentili concessioni del nuovo governo che ha voluto così ricompensare una cieca obbedienza difficilmente reperibile in uomini dotati di dignità, esentando proprio i poliziotti (insieme ai magistrati) dal blocco degli scatti contrattuali ed ha risposto alla proteste degli stessi, per la mancanza di fondi, dandogli in dotazione il teaser  da sperimentare negli stadi.  Forse, perchè a differenza di tutti gli altri soggetti sociali,  essi non trovano nessuno che risponde alle loro rivendicazioni coi manganelli.

Ma soprattutto, l’insieme di questi gesti resta un indelebile marchio di infamia, non solo per gli autori, ma per un paese e la sua opinione pubblica, quella famosa società civile di cui piace a molti riempirsi la bocca senza capire cosa sia effettivamente, ormai anestetizzata e talmente abituata a questo status-quo da non avere nemmeno la dignità di abbozzare una qualsiasi parvenza di reazione. Così, con una naturalevolezza disarmante, si è passati dagli applausi agli agenti dopo la sentenza per Aldrovandi, alle dita medie alzate fieramente da un agente penitenziario indagato dopo la sentenza, con i soliti commenti dei soliti sindacati che trasudano tracotanza, qualunquismo e cattiveria in ogni parola oltre che uno scarso rispetto tanto per la vita altrui che per la verità: oltre al danno la beffa.

La prima cosa che mi è venuta in mente è se chi utilizza la definizione di “professionista della violenza” con cui vengono apostrofate tutte le forme concrete di opposizione sociale ad un disegno politico che intende i cittadini, non solo come sudditi, ma come merce, se in questa definizione onnicomprensiva, forse non sarebbe più giusto includere chi pesta impunemente, per professione ovviamente, lavoratori, studenti, sindacalisti, pensionati, migranti, e gente che vive senza la garanzia dei diritti minimi come la casa ed il lavoro, e dopo si diverte a provocare le vittime dei suoi abusi contribuendo non poco a far degenerare la situazione; oppure, se magari prima di andare a fare quelle stucchevoli indagini sociologiche sul perchè di tanto odio, a loro dire, immotivato nei confronti delle divise, si sapranno porre le domande adeguate.

Ma in fin da conti non ha una grossa importanza ed è questo il nodo cruciale, nonchè  l’insegnamento da trarre da una giornata come oggi che costituisce nient’altro che l’ennesimo chiodo piantato nella bara di quello stato di diritto in cui per tanti anni abbiamo avuto l’illusione di vivere: non ha senso cercare giustizia, a chi ha trasformato l’ingiustizia a legge ed ha elevato la sopraffazione a dogma, proprio perchè i nostri concetti di giustizia sono incompatibili. Così facendo si ucciderebbe Stefano e tutte le altre vittime degli eccessi di legalità per l’ennesima volta, mentre il nostro compito è quello di far vivere il loro ricordo come monito che di legalità si muore, nelle strade ed in tutti quegli spazi che viviamo quotidianamente, affinchè eventi simili non accadano più.

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