DOC(K)S: come costruire strategie di indipendenza culturale

docksSabato scorso al LOA Acrobax ,  è stato ufficialmente presentato DOC(K)S, un interessantissimo esperimento che,  mira a ridefinire le coordinate della cultura indipendente nel nostro paese attraverso un percorso ambizioso, ma allo stesso tempo concreto. Prima di affrontare dettagliatamente tutti gli innumerevoli spunti di riflessione ad esso collegati nella puntata odierna del “Becco del Tucano”, ci è sembrato opportuno accennare le coordinate di questo nuovo percorso.

 

 

La prima puntata vera e propria del Becco del Tucano, dopo quella di presentazione, affronterà un tema che riguarda da vicino il programma, una delle idee fondanti alla sua base, vale a dire l’indipendenza culturale e lo farà parlando con Sergio Bianchi sul neonato progetto “Docks”, presentato lo scorso sabato ad Acrobax. Un’intuizione che, partendo dall’esperienza ventennale della casa editrice “DeriveApprodi”  mira a diventare una sorta di rete per la creazione e la circolazione di idee e pratiche differenti da quelle della narrazione dominante e che, attraverso la cooperazione, possa mettersi al servizio delle realtà di movimento, coinvolgendole nel delineare in prima persona tali strategie attraverso quello che lo stesso Sergio Bianche ha definito “autocollocamento” degli spazi, ossia l’applicazione di quell’autogestione e di quell’autodeterminazione, declinate dal punto di vista culturale, che da sempre fanno parte del nostro bagaglio politico-teorico.

Il progetto nasce dalla consapevolezza che, al giorno d’oggi, la ricerca di strategie di indipendenza culturale necessita di un salto di qualità. Non ci si può  più limitare alla semplice produzione intellettuale, nonostante sia sempre più manifesto il bisogno di aggiornare, se non ridiscutere, gli ormai classici paradigmi interpretativi e di trovare le risposte adeguate alla crisi non solo economica e concettuale, ma anche di prospettiva; tutte cose utili, ma di per sè insufficienti. Infatti, costruire un’alternativa valida al pensiero neo-liberista, vuol dire tanto produrre quanto diffondere le idee e le pratiche in questione: pertanto non è possibile continuare a tralasciare quegli aspetti più tecnici che spesso sono ignorati, ma che invece sono fondamentali ai fini della riuscita (dalla costruzione di vere e proprie librerie indipendenti ex novo, all’organizzazione di eventi quali convegni e fiere per l’editoria indipendente, fino alla costruzione di figure “professionalizzate”) quali ad esempio, la distribuzione. Proprio quest’ultimo fattore costituisce, più di qualunque altro, un esempio illuminante di come i grandi gruppi editoriali, attraverso fusioni, acquisizioni e la creazione di oligopoli ad hoc, possano fare il bello ed il cattivo tempo, spingendo sempre più gli editori piccoli e medi incapaci di sopravvivere a certe condizioni economiche alla scomparsa, privando il panorama editoriale nazionale dei contenuti più differenti ed originali e livellando la qualità del dibattito culturale verso il basso.

Questa situazione rappresenta una vera e propria cartina tornasole di quella che, al di là di presunti assiomi  ben distanti dalla realtà, è la vera natura del libero mercato riassumibile nella formula “libera volpe in libero pollaio”  ed ha evidenziato, qualora ce ne fosse ulteriormente bisogno, che solo l’organizzazione concreta e razionale di produttori, distributori e fruitori di cultura, può contrastare l’edificazione di quel pensiero unico verso cui sembra avviata la nostra società; una controffensiva che investa a trecentosessanta gradi ogni singolo aspetto  della filiera culturale. Non a caso durante l’intervista ci si soffermerà su interessanti esperimenti di resistenza culturale già realizzati in precedenza, come ad esempio l’ODEI (Osservatorio degli Editori Indipendenti) che raggruppa una settantina di case editrici, capaci di raggrupparsi, creando un cartello informale  in grado di contrattare condizioni collettive più vantaggiose; della campagna “NO-Macero”, che grazie ad una sinergia trovata tra alcuni editori ed alcuni spazi sociali ha sottratto alla distruzione centinaia se non migliaia di volumi, rivenduti ad un prezzo simbolico e che ben presto si è evoluta nel “secondo mercato” e quindi non solo ai libri usciti fuori catalogo.

Dato il momento di oggettiva difficoltà che stanno vivendo i movimenti stretti da un lato  da una repressione senza tregua che ha colpito anche luoghi in cui si produceva cultura dal basso; e dall’altro, (dati anche i fallimenti precedenti), dalla difficoltà di saper rispondere prontamente alle nuove sfide di questo determinato contesto storico, non ci si può che augurare che questo esperimento, non solo vada in porto, ma che la creazione di questa sorta di circuito alternativo, sia un esempio da emulare in altri scenari, dando così agli attori sociali in questione una prospettiva di ampio respiro, oltre che un pilastro fondamentale su cui cementare tutte le future costruzioni di percorsi e pratiche di autonomia ed emancipazione dal basso.

Non resta quindi che augurare un grosso e sincero in bocca al lupo!

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