1974-2014:Stessa dignità, stessa rabbia… Stessa barricata!

cerusoviveProprio 40 anni fa, l’8 settembre 1974 al culmine della battaglia di San Basilio, veniva ucciso il 19enne Fabrizio Ceruso. Riflessioni Non per tracciare il profilo di un martire, ma per cercare di offrire spunti di riflessione e stimoli per proseguire quella lotta per la dignità e per i diritti che è stata la sua ed ora è la nostra.

E dire che quarant’anni sono tanti. Così tanti che se non costituiscono un’epoca, poco ci manca.

Va da sè che molto, se non tutto, avrebbe dovuto subire un cambiamento, una modifica o un’evoluzione ed all’apparenza, ciò può essere vero: il mondo non è più diviso in blocchi (o per lo meno in quei blocchi), le innovazioni tecnologiche hanno apportato dei miglioramenti sostanziali e queste, insieme all’apertura delle frontiere, ha trasformato il tessuto umano e sociale delle nostre città. Tuttavia, scorrendo i giornali di oggi, ci potrebbe benissimo essere una sovrapposizione con quanto succedeva 40 anni fa.

Certo, lo stato o chi ne detiene le leve di comando, non si sporca più le mani mettendo bombe nelle piazze (come succedeva ad esempio proprio nel 1974 a Brescia in Piazza della Loggia), ha preferito usare metodi più striscianti ed efficaci per evitare reazioni violente e non sempre arginabili da parte degli sfruttati. E’ bastata l’introduzione di un nuovo paradigma culturale, vent’anni di televisione spazzatura farcita di consumismo ed edonismo sfrenato,  per creare dei falsi modelli all’apparenza inattaccabili, capaci di impiantarsi nelle periferie e di ridimensionare la loro conflittualità. Come se non bastasse, grazie alle mirabili acrobazie di quella classe politica per tanto tempo ritenuta da qualcuno “amica” che pur riciclando qualche volto, mantiene intatta le proprie peculiarità e che finalmente ha mostrato la sua vera natura oltre che la sua vera… camicia, non c’è più la fallace illusione che qualche buon filantropo possa rappresentare le istanze dei dannati della terra. Anzi questa stessa classe politica, vive il proprio passato quasi (ma forse neanche quasi) con imbarazzo.

rmceruso

Un passato con cui comunque fare i conti, soprattutto quando si scopre che tanto passato non è, poichè le rivendicazioni e le aspirazioni che hanno portato soggetti sociali, individuali e collettivi ad intraprendere determinate strade ci sono sempre. Come quarant’anni fa, infatti, la polizia continua a sparare per uccidere, forte dell’impunità che nei fatti gli è stata concessa in cambio della salvaguardia di questo status-quo e di quella legittimità concessagli da molti improvvisati opinionisti che in un’altra epoca avremmo definito “braccia rubate all’agricoltura” (ecco questo sì che è uno dei cambiamenti epocali). Come quarant’anni fa, i diritti inalienabili dell’uomo, almeno nel nostro paese restano da conquistare a spinta, dal lavoro alla salute, passando per la casa.

Proprio la lotta per la casa è tornata prepotentemente al centro del dibattito politico e delle istanze dei movimenti, ammesso e non concesso che in contesti come quello capitolino fosse mai passata in secondo piano. Sicuramente il contesto in cui esso si sviluppa adesso non è lo stesso di quarant’anni fa: ora ci troviamo di fronte ad un impoverimento generale che colpisce settori sempre più ampi di popolazione e, complice l’aridità sociale in cui ci ritroviamo proprio a causa del nuovo modello di vita individualista, produce rassegnazione e disperazione. All’epoca, invece, dopo il primo boom economico per il nostro paese si tardava ad intravedere le ricadute del benessere per le classi sociali più basse. Queste stesse, consapevoli che l’unica via d’uscita sarebbe potuta essere collettiva e di massa, coordinate da strutture politiche all’altezza della situazione, non rinunciarono ad organizzarsi per rivendicare una vita dignitosa ed  un futuro migliore per i propri figli, procedendo a pratiche di lotta quotidiana come le autoriduzioni, le occupazioni, la creazioni di  strutture autogestite, riuscendo allo stesso tempo a dare coscienza di classe a moltissime persone che da attori inconsapevoli si sarebbero trasformati in protagonisti del loro destino e non solo. Un destino che proprio nella giornata di quarant’anni fa viveva uno dei momenti più topici e tragici di tutto il percorso di riappropriazione delle proprie vite e di lotta contro le speculazioni edilizie.

L’omicidio di Fabrizio Ceruso e la  battaglia di San Basilio, pertanto, non devono avere semplicemente una valenza rievocativa, ma devono fungere da raccordo tra quello che è stato nel bene e nel male un percorso di lotta che mirava a far vivere quelle piazze che erano state destinate ad essere terra di nessuno, offrendo dignità e orgoglio a chi le viveva, e chi oggi, sebbene con numeri ed un livello organizzativo diverso, continua la lotta nel quotidiano spinto tanto dai bisogni materiali, quanto da una fede incrollabile e dalla speranza di riuscire a ribaltare quel tavolo al quale sono idealmente seduti, da decenni, palazzinari, questori e politici di tutti gli schieramenti. Se sarà possibile o meno, lo si scoprirà giorno dopo giorno sulle barricate della vita, mantenendo intatta quella rabbia che oggi come quarant’anni fa porta madri, padri e figli senza nulla da perdere a protestare e mettersi in gioco, avviando percorsi di lotta, come quelli avviati l’anno scorso capace di coagulare diverse spinte, rivendicazioni e soggetti verso un unico percorso ed unico obiettivo: porre al centro dell’attenzione persone materiali e non i profitti di pochi combattendo l’arroganza di chi indossa una divisa, di chi firma sgomberi o di chi pensa che tutto abbia un prezzo.

Ma tanto sferragliare di truppe non è servito a niente,
il sole rosso è rimasto nei tuoi occhi,
la rabbia proletaria già l’ha detto,
« Compagno Fabrizio noi ti vendicheremo »,
assassini di stato, la pagherete
e pagherete tutto
Ma tanto sferragliare di truppe non è servito a niente,
il fiore rosso rimasto sul tuo petto
il pianto amaro di tuo padre,
il rumore prodotto nella coscienza di tanti,
anche l’odio è prezioso quando il popolo prepara la riscossa.
“A Fabrizio Ceruso”
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