Da Torino alla ValSusa: 50 anni sulle “orme del lupo”

giakaOggi alle 18.00 su www.radiopopolarecatanzaro.it, durante “Il Becco del Tucano” parleremo con Giaka del suo primo libro “Le orme del lupo” qui di seguito una recensione scritta per tutti voi
 

Ero molto curioso di leggere la prima fatica letteraria di Giaka, perchè diversi amici me ne avevano parlato bene ed anche per quel sottotitolo “Una storia teppista”, che, buttato lì in quel modo, ero sicuro dovesse presagire l’apertura di molteplici mondi all’interno del medesimo romanzo. Non mi sbagliavo.

Infatti, attraverso l’espediente di una narrazione multipla che non segue i rigidi canoni temporali, l’autore ci porta alla riscoperta di una Torino diversa e cangiante in quasi mezzo secolo: da quella Piazza Statuto del 1962 che fu uno dei teatri dell’affermazione del proletariato urbano nel nostro paese, col corollario di scontri, violenze e resistenza urbana che hanno reso immortale l’eco di quella giornata; a quella città in cui diverse centinaia di giovani si autorganizzano quotidianamente e che ha saputo fungere da cassa di risonanza alla lotta contro il TAV in ValSusa,  sicuramente una delle lotte più sentite e partecipate al giorno d’oggi, capace di riunire molteplici soggettività che altrimenti comunicherebbero difficilmente tra loro, e di elevare un piccolo territorio di confine a capitale ideale dell’antagonismo italiano.

Tuttavia, sarebbe errato pensare di trovarsi di fronte ad una storia incentrata sulla militanza politica, intesa nel senso più ortodosso del termine, anzi,  nel mezzo della narrazione, il più della volte sono i “sottoproletari” ed i fenomeni pre-politici a farla da padrona con buona pace di tutti i “puristi” del movimento, che se magari concedessero più attenzione a questi aspetti,  otterebbero risultati più  soddisfacenti. Infatti, il romanzo racconta  vari momenti di una vita vissuta al di là dei limiti imposti dagli stereotipi e delle convenzioni borghesi; storie che sprigionano dei tratti narrativi che in certi momenti riescono a situarsi in un equilibrio (a volte troppo precario) a metà strada tra Pasolini ed Irvine Welsh, passando per tutto quel corollario di autori non convenzionali che costituiscono la biblioteca base del ribelle metropolitano dei giorni nostri.

 Dalla Torino pre-boom industriale, invasa dai “terroni” e dai primi sussulti di ribellione, quella in cui Carlo “il Lupo” muove i primi passi nel mondo della criminalità, passando per quella degli anni’80, una città flagellata dall’eroina, che vive ancora sulla propria pelle l’onda lunga della “marcia dei quarantamila”, emblema nazionale del riflusso, fino ad arrivare a quella dei quartieri popolari e multietnici dei giorni nostri,  quelli in cui la presenza della polizia viene vissuta il più delle volte come un sopruso. Una Torino “sotterranea”, quella che resiste allo sfiguramento del suo carattere operaio e che non vuole cedere a chi la vorrebbe far diventare una città vetrina come le altre. E lo fa anche attraverso luoghi liberi, indipendenti e conflittuali  come il CSOA “Gabrio”,  il centro sociale di Morgan, l’altro protagonista del romanzo, un idealista che vive, ama e lotta in modo estremamente diverso dalla massa, ma anche il luogo di riferimento dell’autore,  che in poche pagine riesce a spiegarne appieno l’essenza: ” La storia del centro sociale, ricorda quella del vecchio partigiano che incita i ragazzi delle case popolari a fare sega al lavoro […] Il Gabrio. La notte fumo e musica , voci che si perdono  chiassose nella miscela di decibel e mancanza d’ossigeno che raschia in gola. Il giorno chiacchiere, birre, bussate e strisciate a tressette sui gradoni di cemento in un cortile. Campo base  per le malefatte, zona liberata. Casa.”

Ovviamente, e  non poteva essere altrimenti, non poteva mancare la ValSusa, vista e vissuta come la naturale evoluzione di mezzo secolo di insurrezione torinese e come centro nevralgico di tutto il romanzo, il luogo a cui in un modo o nell’altro, tutte le storie si riconducono fino a concludersi e che racchiude tanto singolarmente, quanto pluralmente tutte le emozioni autentiche di cui è intrisa quest’opera. In questo caso, il grosso merito di Giaka, è quello di scrivere il primo romanzo che si prende la briga di raccontare cosa è stata l’epopea della “Libera Repubblica della Maddalena”  e della grande manifestazione del 3 luglio 2011, trascendendo dalla retorica, dalla cronaca giornalistica e dagli atti processuali che sembrano già indirizzati alla condanna di quelli che gli stessi giudici e giornalisti si sono arrogati il diritto di identificare come colpevoli. Al centro di quelle giornate, viene posto il fattore umano ed il paragone che viene fatto tra i rivoltosi di quel giorno ed i partigiani che oltre sessant’anni prima combattevano contro i nazi-fascisti  sugli stessi monti, oltre che ben strutturato da un punto di vista stilistico, è lo stesso che è stato fatto da chiunque abbia avuto la fortuna di partecipare a quella giornata e che ancora oggi sente ribollire il sangue a ripensarci ed ha capito sulla propria pelle che a volte la dicotomia legale-illegale deve cedere il passo a quella legittimo-illegittimo. A maggior ragione se si pensa che ancora oggi quattro ragazzi si ritrovano in un carcere a regime speciale e vengono accusati di terrorismo per il danneggiamento di un compressore, mentre ai veri criminali è consentito di fare quello che vogliono coperti dalla loro divisa che li rende uguali nella loro pochezza umana e dal loro casco blu.

Pertanto, pur non immediatamente inerente al libro, (ma in fin dai conti, la nostra stessa cultura non è fatta a compartimenti stagni, ma si nutre di tutti i collegamenti che gli spiriti liberi e vivaci come i nostri riescono a percepire), questo articolo non può che concludersi invocando la liberazione di Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò, perchè questa è una lotta di tutti e ne va del nostro futuro.

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