un 25 aprile… “malato”

25bdtTra il serio ed il faceto, tra i deliri della febbre e la riflessione storica, tra il presente ed il  passato ( ma con uno sguardo al futuro) un punto di vista sui generis sulla giornata di ieri e sui suoi valori intrinsechi
 

25 aprile,  festa nazionale, il giorno in cui si celebra la ricorrenza della liberazione dal nazi-fascismo; insomma uno di quei giorni che aspetti tutto l’anno in cui tiri fuori tutto il tuo orgoglio e la tua appartenenza, messi a dura prova dalle contingenze socio-politiche di questi tempi.

La sfiga vuole che quest’anno mi ritrovi a festeggiarlo solo, con la febbre alta e senza mezzi di comunicazione col mondo esterno praticamente fino a sera: quindi niente corteo o iniziative simili, nessun discorso veramente commovente ed alieni alla retorica di quei, purtroppo sempre di meno, partigiani rimasti in vita, nessun documentario di approfondimento; nulla di tutto ciò.

Mi dò all’ascetismo per l’intera giornata, alternando la lettura di un libro al riposo, rimuginando a lungo su quanto mi sarebbe piaciuto vivere pienamente la giornata, come ogni anno.

Nel tardo pomeriggio, le mie condizioni migliorano lievemente e decido di avventurarmi per riuscire a trovare una rete wi-fi e vedere cosa mi sono perso. Mai decisione poteva rivelarsi peggiore.

Se durante la giornata, i miei pensieri erano rivolti  con piacere ed orgoglio a quei giovani che, abbandonando gli affetti più cari, sono saliti in montagna combattendo l’oppressore nazi-fascista di cui, pur con tutti i limiti del caso, mi sento un epigono, facente parte della stessa comunità ideale; non appena ho visto i principali avvenimenti  connessi alle celebrazioni, i miei pensieri sono cambiati.

In fin dai conti, al di là della versione agiografica impostaci per anni da una vulgata storiografica legata all’ANPI che ha di fatto sigillato ogni discussione critica su cosa è stato il fascismo e la lotta di resistenza in Italia, ed ha avuto come unico effetto collaterale quello di far rifiorire il fascismo ed i fascisti che hanno potuto sguazzare sulle molteplici omissioni; il nostro è stato il paese in cui fino al giorno prima  dell’Armistizio, la stragrande maggioranza della popolazione era in camicia nera, per poi salire tutti insieme allegramente sul carro dei vincitori com’è da sempre stata nell’indole delle italiche genti.

Quindi, oltre al legittimo voltastomaco, inevitabile in certi casi, non ci si dovrebbe meravigliare di dovere ascoltare un discorso delirante come quello di Napolitano (che tanto per restare in tema, lui la Resistenza l’ha vissuta, ma dall’altra parte, avendo fatto parte almeno fino al 1945 del Gruppo Universitario Fascista), che non ha trovato niente di meglio da fare che affermare, in ordine sparso, l’impegno dell’Italia ad intervenire militarmente dove lo riterrà opportuno, la massima solidarietà ai due marò e l’invito a non ridurre le spese militari, tutte tematiche difficilmente accordabili ai suoi propositi di salvaguardia della Costituzione.

D’altronde, tutte queste dichiarazioni sono in linea con il suo ruolo di curatore fallimentare del nostro paese e massimo garante nei confronti del gotha politico-finanziario che risiede a Bruxelles della nostra capitolazione. Così come non dovrebbe suscitare nessuna particolare emozione il rituale ormai asettico e senza coinvolgimento della visita da parte delle massime cariche istituzionali nei luoghi più simbolici della Resistenza, come nel caso della Boldrini a Marzabotto. Rituali e discorsi che anche a chi, come me, è un appassionato della vicenda, non lasciano nessuna sensazione, e che sicuramente non riusciranno a conquistare l’interesse delle generazioni sempre più distanti e disinterassate a quest’evento fondante della nostra nazione. Proprio per questo, per quanto sia fastidioso, non ci si può meravigliare neanche di fronte alle risposte  beatamente ignoranti di giovani intervistati da qualche “solerte” giornalista dei Tg sul significato del 25 aprile.

A parte un’opera di revisionismo grezzo ed aggressivo avviato dai governi di centro-destra, è proprio questo il più grande attacco portato alla Resistenza ed alla sua memoria: la banalizzazione. una vicenda storica in cui ad un certo punto, delle persone si dissociano dal proprio stato, se ne vanno in montagna a fare i banditi e chiedono l’aiuto di un contendente esterno più forte che alla fine li aiuta a vincere; insomma una di quelle vicende  da relegare ai libri di storia o, nel migliore dei casi a qualche museo sperduto della provincia italiana.

Ma contrariamente a quanto auspicabile da parte dei livelli più alti della classe dirigente italiana, il 25 Aprile, il nostro 25 Aprile, non è mai attuale come oggi e così lontano dalle fredda interpretazioni: bolle nel nostro sangue! E’ tutto quello che c’è stato prima, ma purtroppo molto poco di quello che c’è stato dopola testimonianza vivente di come le istituzioni liberali, possano slittare facilmente verso forme di repressione autoritaria e classista da parte dello stato, la criminalizzazione del dissenso, mediante l’olio di ricino, i manganelli ed un codice penale ancora in voga (il c.d. Codice Rocco) per soddisfare le fantasie di qualche pm evidentemente insoddisfatto dalla vita e la sopraffazione del prossimo elevata come virtù (a proposito di attualizzazioni, una sopraffazione proprio com’è tristemente successo ieri durante a Roma durante il corteo indetto dall’ANPI quando la comunità palestinese è stata allontanata dal corteo con violenza da parte quella ebraica).

Ma fortunatamente il 25 aprile, ha voluto dire che ribellarsi e abbattere i tiranni è possibile, che un’eroica minoranza, (magari non tanto risicata come la dipinse De Felice nelle sue opere, le prime a tentare di sdoganare il fascismo, ma questo non vuole essere un saggio storico, ci sono molti studiosi più competenti del sottoscritto per comporne uno), può insegnare ad un popolo come ci si ribella e si conquistano i diritti con le unghie e con i denti, proprio come oggi. Quegli stessi ribelli a cui si appellato ieri nientepopodimenochè il Premier Renzi, (forse il più calzante esempio di rampantismo arrivista dei giorni nostri, una persona che difficilmente in quegli anni si sarebbe astenuto dall’indossare la sua bella camicia nera e fare la sua carriere nel PNF), colui che ai ribelli di oggi fa somministrare, in ampie dosi, manganellate, sgomberi e la galera per chi oggi come allora lotta in  montagna, nei quartieri e nei posti di lavoro per liberare la propria terra e le proprie vite. E’ per loro che ogni 25 aprile vale sempre di più e se da un lato rappresenta la testimonianza che una volta sconfitto l’oppressore, questo può tornare sotto altre vesti, ma sempre con lo stesso carico d’odio e terrore, dall’altro indica che troverà sempre dei ribelli ad opporvisi e combatterlo in nome della giustizia, della libertà e dell’uguaglianza.

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