Lou Palanca: un’altra Catanzaro è possibile!


Da giovane catanzarese emigrato ho un rapporto abbastanza conflittuale con la mia terra natale.

Infatti gli scandali che hanno investito la classe dirigente della città, oltre che il Presidente della Regione Scopelliti, rappresentano una cartina tornasole di come ormai da tempo i vizi abbiano sopravanzato le virtù ed il malcostume sia più di una consuetudine.

Gli unici motivi di vanto e di appartenenza, per molto tempo, sono stati la cucina e la squadra di calcio,  l’unico vero collante tra le varie anime di questa città, capace di fare passare gli affanni di una settimana, almeno per novanta minuti.  Fortunatamente, da poco più di un anno si è aggiunto un terzo punto d’orgoglio: il collettivo letterario Lou Palanca, (evidentemente anche loro suggestionati dall’Us Catanzaro e dalla sua intramontabile bandiera): autore di uno dei libri più interessanti usciti l’anno scorso:  “Blocco 52” , un romanzo storico, scritto in maniera collettiva,  che ha avuto il merito di ricostruire un’altra Catanzaro che non c’è più. “AltraCatanzaro” è il nome dell’esperienza precedente di buona parte del gruppo, che ha avuto il grande merito di aprire pagine dimenticate della storia di questa città, per provare a farla uscire dal suo tipico torpore.

Pertanto ho ritenuto opportuno farci quattro chiacchiere spaziando tra la letteratura e l’attualità, per confrontarci sullo stato di salute di questa grande malata adagiata su tre colli.

 BdT: A circa un anno e mezzo dalla pubblicazione della vostra prima fatica letteraria, si può affermare tranquillamente che avete ottenuto successo ed acquisito molta notorietà in ogni angolo dello stivale e siete diventati uno dei principali casi editoriali calabresi. Lo avreste mai immaginato?

 LP: Inizialmente, nessuno di noi si aspettava questo tipo di riscontro, in particolare per il numero di presentazioni che abbiamo realizzato e per gli inviti che ancora arrivano per realizzarne. La vicenda di Luigi Silipo è la pietra angolare sulla quale ci basiamo per continuare a confrontarci tra noi e con gli altri. Ma quel che più ci interessa è che la storia diventi patrimonio della comunità di Catanzaro, della Calabria. Lou Palanca viene dopo.

BdT:  A mio modesto avviso, uno dei punti vincenti di “Blocco 52” è stato quello di essere allo stesso tempo un romanzo storico ed una guida alla Catanzaro che non c’è più vista attraverso molteplici aspetti grazie all’espediente della narrazione multipla. Quanto crediate sia importante il recupero di quella memoria rimasta esclusa dalla grande narrazione per affrontare questi tempi di trasformazioni ed “amnesie”?

LP: Narrare è una forma di resistenza all’oblio, alle amnesie, ma soprattutto ai disastri del presente. Abbiamo riscoperto una Catanzaro e una Calabria che non esistono più, è vero. Ma non volevamo realizzare solo una operazione di ricerca storica – roba d’archivio, museale -, quanto piuttosto rendere vive le motivazione di vivere e lottare in quel contesto, che per noi rimangono attuali anche di fronte alle trasformazioni dei cinquant’anni trascorsi.

BdT: La vicenda al centro di “Blocco 52” restituisce per certi versi anche un quadro di quell’Italia che si stava approcciando al così detto boom economico e di almeno una parte di quella classe politica. Credete che nonostante tutte le contingenze “esterne” che nel romanzo appaiono sullo sfondo o imminenti, (da Piazza Fontana al cambio di paradigma all’interno del Pci) sia proponibile un paragone tra quella classe politica e quella attuale? Quali pensiate che siano le principali analogie e le principali differenze?

LP: Il boom economico era alla fine. Si prospettava una trasformazione dovuta alla necessità di reinventare il paradigma dello sviluppo. Non è un caso che il nostro nuovo lavoro inizierà cronologicamente dal tempo in cui viene ucciso Silipo. Indaghiamo quelle trasformazioni. La classe politica di allora portava ancora il marchio della Resistenza antifascista, della costruzione dell’Italia Repubblicana. Non si erano cristallizzati pezzi di organizzazioni autoreferenziali. Analogie non ne rinveniamo, per cui le differenze sono sterminate. Crediamo sia essenziale sottolineare la rigorosità dell’analisi, l’abitudine al dialogo ed all’ascolto, la frequentazione delle comunità, delle formazioni sociali intermedie, abitudini oggi impraticate e forse impraticabili.

BdT: Venendo al locale, pensate che il ritratto antropologico del catanzarese medio sia rimasto sempre quello descritto dal giovane Gavino Piras, ossia un mix tra ribellismo e rassegnazione, oppure che questa specifica identità sia andata persa durante l’avvento della modernità; e secondo voi quanto ci ha rimesso l’anima popolare della città da questa “contaminazione”?

LP: Piras è uno sguardo diverso, il giovane funzionario che viene mandato da Roma, aiuta a vedere le cose da un’altra prospettiva. Più che una contaminazione com’era giusto che accadesse, la modernità vorace e lo sviluppo a tutti i costi ha cancellato l’anima popolare più vera di tutta la Calabria, non solo dei calabresi. La globalizzazione capitalistica ha fatto il suo corso anche da queste parti, sebbene i calabresi non si siano del tutto liberati da quella vocazione alla rassegnazione mescolata ad improvvisi moti di ribellione che li ha contraddistinti per secoli.

BdT: Che idea vi siete fatti di quanto sta succedendo a Catanzaro?

LP: Rilievo penale scarso. Rilievo morale rilevantissimo, ma pensiamo che la città viva l’indignazione come un orgasmo: dura un attimo, poi ci si addormenta. Intendiamoci, una cosa del genere potrebbe essere l’occasione per un’analisi più profonda di quella che è oggi Catanzaro, delle trasformazioni della sua borghesia, del ruolo egemone di alcuni personaggi politici ed economici, del rapporto tra interessi individuali ed interessi collettivi, ma altrettanto ovviamente non è questa la sede per considerazioni di questo tipo.
Molto più rilevante sul piano immediato ci sembra la vicenda della condanna di Scopelliti, che inevitabilmente avrà conseguenze sugli equilibri politici del capoluogo, dei quali, in verità, non è che ci importi proprio tanto. Preferiamo confrontarci con la vivacità di alcune esperienze sociali e culturali che resistono e propongono speranza, nonostante tutto.

BdT: Pensate possa esistere un antidoto per questa città malata, oppure come dice Vincenzo Dattilo nel libro, il suo essere costantemente avvitata su su stessa per stare al lontano dagli occhi indiscreti, indica un’attitudine della cittadinanza a perpetrare certi costumi errati e tutt’altro che virtuosi?

LP: Di fronte ad una domanda del genere può soccorrerci soltanto Eugenio Montale: possiamo dirti solo ciò che non siamo, ciò che non vogliamo. Non è compito di uno scrittore di romanzi, individuo o collettivo, indicare una strada, giudicare. Lo scrittore sceglie cosa raccontare, trae dal suo cilindro la storia che gli piace, ne esalta se vuoi i profili più vicini alla propria visione del mondo ma alla fine semplicemente narra, è il lettore che estrapola dalla lettura i sensi che ritiene più autentici.

BdT: Passando all’aspetto letterario, come giudicate quest’esperienza di scrittura collettiva? Avete incontrato difficoltà nel praticarla?

LP: Le difficoltà sono inevitabili quando si sperimenta, alcuni di noi avevano già avuto esperienze di scrittura, libri, articoli, ma sempre individualmente, per altri “Blocco 52” è stato il battesimo del fuoco, per noi la scrittura collettiva rappresenta anche una scelta politica oltre che letteraria e scrivere insieme è una esperienza di comunità, peraltro non chiusa, aperta a contributi e incursioni proficue e sorprendenti.

BdT: Riproporrete questa formazione anche per altri lavori?

LP: Il nucleo del collettivo è molto strutturato e possiede meccanismi di comunicazione molto oliati. Ma i nostri lavori, al momento ne stiamo conducendo un paio, vengono letti in circuiti più ampi, che in qualche modo entrano a far parte del collettivo.

BdT: Vi ritenete appartenenti alla c.d New Italian Epic? Cosa ne pensate di questo fenomeno?

LP: Le etichette sono sempre insufficienti a descrivere un fenomeno nel suo complesso. Riconosciamo il valore del New Italian Epic, abbiamo rapporti con gli altri soggetti che animano questa tendenza, ma seguiamo un percorso che non ha dei paletti prefissati.

BdT: Al giorno d’oggi sempre più autori sposano il principio del copyleft, voi siete favorevoli? 

LP:Assolutamente sì. D’altronde nei nostri lavori facciamo ampiamente uso di materiali altrui. La cultura è libera circolazione di idee, non può concepirsi come rivendicazione proprietaria

BdT: In conclusione, questo é lo spazio  per saluti e ringraziamenti a ruota libera.

LP: Ci sarebbe un elenco così lungo di persone che potremmo e vorremmo salutare che rischieremmo sicuramente di dimenticare persone importanti nella nostra esperienza.

 

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