B.H.A.P.: uno sguardo critico sul passato per riformulare il presente

 Per una decina di giorni, un piccolo spazio liberato all’interno della “Sapienza”, si è trasformato in una sorta di ponte temporale tra la nostra epoca e quella che, a partire dalla fine degli Anni ’50, racchiude i due decenni successivi ed è da considerarsi la culla della produzione antagonista ed underground.

Merito di questa operazione è di “B.H.A.P. mostra sulle controculture e i movimenti”. Il titolo è un acronimo di beat, hippy, autonomi e punx, e sebbene possa sembrare onnicomprensivo, l’evento ha dedicato abbondante spazio a tutto quell’humus culturale da cui si è generato un ciclo di lotte e riappropriazioni tanto sociali, quanto personali e che ha ancora molto, se non tutto, da raccontare ai posteri.

Infatti non sono mancati momenti di confronto e di approfondimento anche sugli indiani metropolitani, proprio a pochi metri dal luogo in cui concretamente nacque quel movimento, la Facoltà di Lettere della medesima università; sulla liberazione sessuale e dei costumi che in quel periodo viveva il suo apogeo, sui circoli proletari giovanili e tanti altri aspetti ancora, sia dell’underground italiano che internazionale. Nello specifico, la kermesse dal 20 al 31 marzo, ha ospitato, oltre all’esposizione in questione a cura di Giancarlo Mattia e Marco Philopat, e quella di Sergio Bianchi “Storia di una foto” ,dibattiti, proiezioni, djset, un concerto e vari altri momenti di aggregazione e socializzazione.

L’esigenza alla base della riproposizione di B.H.A.P, che non veniva esposta dal 2006, è quella di continuare a far vivere quelle storie di vita vissuta attraverso i racconti dei protagonisti di quel tempo. Tuttavia l’idea alla base non è quella di un patrimonio orale ad uso e consumo interno di una singola tribù, ma di una dimostrazione che è esistita un’altra narrazione ed una produzione del conflitto che può rivelarsi fonte di ispirazione per chi è intenzionato a posizionarsi di traverso nel percorso quotidiano di mediazione col potere precostituito.
D’altronde è proprio il recupero della memoria di quegli anni uno dei principali fronti caldi della battaglia culturale che imperversa nel nostro paese e che necessita di nuovi contributi. Da un lato per via della difficoltà di molti dei protagonisti a relazionarsi col proprio vissuto e con le complessità di quegli anni, dall’altro per merito (o colpa) di una “narrazione tossica” che mira ad annullare qualsiasi velleità di resistenza sociale e culturale nel presente e per farlo ha bisogno di svilirne gli esempi passati. Sono funzionali a quest’aspirazione, infatti, i continui tentativi di stravolgere l’essenza e svuotare di significato un periodo che aldilà dell’aspetto puramente politico (che resta l’aspetto più dibattuto all’interno dell’opinione pubblica), ha il merito di aver attaccato frontalmente il senso comune borghese con un’offensiva creativa e controculturale che ha visto, forse per la prima volta nel nostro paese, la fantasia al potere, contribuendo quindi a dare un senso del tutto nuovo alla socialità e allo stesso tempo politicizzando per la prima volta molteplici aspetti della vita quotidiana.

Attraverso la rievocazione,  di quelle giornate che per un verso o per un altro hanno fatto la storia del  Movimento: (dalla cacciata di Lama dalla “Sapienza”, alla contestazione ai Clash durante il concerto a Bologna,  dal perenne conflitto col Pci fino ai dissidi tra i vari gruppi extraparlamentari fino ad arrivare ai processi politici, mai come oggi tornati alla ribalta), avvenuta anche  attraverso i primi fogli ciclostilati di movimento e le prime fanzine, accuratamente raccolte e descritte, chi ha avuto la fortuna di assistere a qualche discussione avrà sicuramente scoperto qualche curiosità, qualche aneddoto che non conosceva, sia sulla scena nazionale che su quella mondiale: ad esempio chi l’avrebbe mai detto che fu proprio il movimento beat statunitense uno dei principali seppellitori del maccartismo, e che proprio per questo subì una repressione superiore a quella  vissuta in Italia dopo il “teorema Calogero”?

I relatori costituivano infatti il meglio che si potesse avere in merito: dal Duka, a Oreste Scalzone, da Marco Philopat a Giancarlo Mattia, senza dimenticare Giorgio Lavagna, Helena Velena e molti altri ancora che  hanno accompagnato passo dopo passo il numeroso uditorio che regolarmente si intratteneva, in tutte quelle rotture attraverso cui il Movimento si è evoluto, da quella comunicativa a quella percettiva (fondamentali per capire pienamente la portata del fenomeno) non lasciando immune praticamente nessun aspetto, proprio come accadeva in quei tempi.


Sebbene, per fortuna, le iniziative per la ricostruzione storica di quel periodo siano in aumento, poche hanno avuto la stessa abilità nel saper abbracciare contemporaneamente tutti gli aspetti di un’epoca ricca di cambiamenti: l’organizzazione non ha lasciato veramente  nulla al caso creando uno dei migliori contesti possibili per favorire il confronto, il dibattito e la comprensione. Ma il vero punto d’eccellenza è stato quello di non aver indirizzato una mole notevole (tanto per quantità, quanto per qualità) di dati e testimonianze in una direzione autoreferenziale e memorialistica, ma di aver cercato di declinare tutto questo patrimonio al presente, in un momento in cui, pur con tutte le dovute contestualizzazioni e differenze, tornare a lottare e rivendicare l’estraneità alle logiche vigenti è quanto mai necessario!

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