L’Italia e la memoria con-divisa

un'immagine di partigiani jugoslavi giustiziati dai militari italiani. Immagine diventata famosa, per essere stata scambiata da Bruno Vespa a "Porta a porta" per l'esatto contrario, ossia un'esecuzione di italiani  ad opera dei partigiani jugoslavi, prima di essere smentita dagli storici presenti in studio.

un’immagine di partigiani jugoslavi giustiziati dai militari italiani. Immagine diventata famosa, per essere stata scambiata da Bruno Vespa a “Porta a porta” per l’esatto contrario, ossia un’esecuzione di italiani ad opera dei partigiani jugoslavi, prima di essere smentita dagli storici presenti in studio.

Si parla tanto di “Giornata della Memoria” e “Giornata del Ricordo”, ma imporre una visione della storia attraverso decreti legge,  finisce solo per avallare uno scorretto uso politico della stessa e di fatto hanno creare giornate “compensative” per non scontentare nessuno.

Gli scorsi quindici giorni, ossia quelli che separano il 27 Gennaio dal 10 Febbraio, si distinguono in Italia per racchiudere al proprio interno, una narrazione storica biforcata con memorie a tratti inconciliabili che non fanno altro che dare l’idea di come, aldilà delle apparenze e dei luoghi comuni, il nostro sia un paese ancora abbastanza lontano dall’avere un’unica auto-rappresentazione della propria storia patria.

Passate pressoché inosservate agli occhi del grande pubblico non specializzato,  queste due settimane, da  dieci anni, ospitano le celebrazioni per le vittime dei campi di concentramento nazista (la “Giornate della Memoria” del 27 Gennaio) e per le vittime delle foibe istriane ( la “Giornata del Ricordo” del 10 Febbraio). Mantenendo il rispetto per tutte le vite innocenti strappate in quei contesti concitati, appaiono doverose alcune riflessioni in merito.

Nonostante, all’apparenza, il filo conduttore sia la pietà umana per le vittime di entrambe le vicende; degli occhi un po’ più smaliziati noterebbero varie incongruenze. La Giornata della Memoria, che rievoca l’ingresso dell’Armata Rossa nell’inferno di Auschwitz (con buona pace di Benigni, che per dare una spintarella alle sue aspirazioni da Oscar, nel suo “La vita è bella” mostra i liberatori ammantati di una bandiera a stelle strisce che invece non arrivò mai in quel tratto d’Europa), sembra ormai essersi trasformata nell’ennesima legittimazione dell’esistenza dello stato d’Israele.

Infatti, finiscono con facilità nel dimenticatoio, tanto gli altri milioni di vittime (antifascisti, malati di mente, omosessuali, zingari, slavi e handicappati), trattati quasi come vittime di serie B, quanto le continue infrazioni  da parte di Israele delle risoluzioni ONU, che fanno inorridire chi conosce  e studia le pratiche criminali di discriminazione che subiscono i palestinesi. E’ proprio la condotta di Israele e l’apartheid  applicata, con tanto di muro in Cisgiordiania, a fare interrogare  buona parte degli osservatori internazionali su come sia possibile che proprio il popolo che ha sofferto più di qualunque altro, subendo discriminazioni costantemente in ogni epoca storica, sia oggi capace di comportarsi da carnefice ed occupante nei confronti di un altro popolo.

Si assiste, di fatti, ad una vera e propria sigillatura della discussione storica: da un lato si etichetta ogni argomentazione simile come professione di antisemitismo, volendo gettare volutamente confusione tra il sionismo e lo stesso semitismo. Inoltre, si sposa acriticamente la tesi della follia di una singola persona, senza  possibilità di sviluppare altre possibili interpretazioni o chiavi di lettura alternative, quali ad esempio i comprovati, e mai troppo affondo indagati, contatti tra i sionisti ed i nazisti, evidentemente una pagina troppo scomoda per venire analizzata e studiata in maniera adeguata; ma anche l’adesione del popolo tedesco al delirio hitleriano.

Il fatto che poi nel nostro paese a soli quindici giorni di distanza, il 10 Febbraio, venga celebrata la “Giornata del Ricordo”; ha di fatto reso  impossibile ogni riflessione storiografica, facendo prevalere la dimensione della tribuna politica in cui il passato viene usato come una clava da brandire per colpire l’avversario politico e legittimare il proprio operato.

Quanto appena affermato non è un’esagerazione se ci si ricorda l’impegno profuso dai governi di centrodestra in merito: basti pensare che proprio l’argomento foibe fu uno dei temi caldi della campagna elettorale del 2008, con un centrosinistra in evidente difficoltà sull’argomento dilaniato dalle divisioni interne, (basti pensare alle polemiche tra Rossana Rossanda e Violante, ma anche a quella tra Spadaro e Collotti, in cui, appariva lampante una divisione netta tra due fazioni con le relative interpretazioni storiografiche). Così da un lato troviamo i più moderati, in evidente furore revanscista, intenti rivisitare la propria storia politica appiattendosi sulle posizioni più reazionarie all’interno del dibattito storico ( tanto sulle foibe , quanto sulla riabilitazione dei “Ragazzi di Salò”, o sul Triangolo Rosso”) ; dall’altro invece troviamo chi, di contro, pur in larga minoranza, provava a far valere le proprie ragioni storiche, che poi sarebbero quelle di chiunque si richiami ad una lotta partigiana sinceramente internazionalista.

Non è quindi un caso che dai DS al PD una delle prove di coraggio di coloro i quali si sono voluti porre alla leadership del partito, era l’abiura delle foibe, magari con visita a Basovizza, senza se e senza ma, e la critica sul lungo silenzio della cultura di sinistra. A smentire tutte queste affermazioni c’è una produzione pubblicistica da parte dell’Istituto Friulano di Storia del Movimento di Liberazione, che non solo parlava delle stesse cose, senza essere ascoltato da nessuno almeno dagli anni’70, ma a differenza di quanto avviene tuttora nel dibattito pubblico, affrontava anche argomenti meno “piacevoli” agli ispiratori  di questa celebrazioni, quali ad esempio le falsità sul monumento nazionale della foiba di Basovizza, il fascismo di confine, il razzismo antislavo con annessi campi di concentramento, l’invasione criminale della Jugoslavia ed il comportamento vile tenutovi dai nostri soldati fino ad arrivare alla repressione antipartigiana da parte di chi oggi viene premiato con delle medaglie alla memoria.

Di fatto, negli anni abbiamo assistito ad un’escalation senza precedenti:  dai processi ai presunti infoibatori ad oltre settant’anni di distanza e con la quasi totalità di questi ultimi defunti, alla fiction “Il cuore nel pozzo” avallata dall’allora Ministro Gasparri, e giudicata a posteriori dallo stesso come l’unico successo ottenuto da AN al governo (per rendere l’idea, a parte gli strafalcioni evidenziati da tutti gli storici specializzati in materia, bisogna ricordare che la fiction mandata in onda sulla RAI e pagata coi soldi dei contribuenti, vide la prima presentazione nelle celebrazioni del decennale di AN all’interno della sede del medesimo partito). Così come l’istituzione della stessa “Giornata del Ricordo”, avvenuta dopo un colpo di mano  finale del deputato triestino di AN Roberto Menia, che sfruttando, l’ignavia di un centrosinistra poco disposto ad ingaggiare una battaglia campale sulla questione, modificò sostanzialmente i connotati di quella giornata che nelle (ingenue) intenzioni del centrosinistra sarebbe dovuta essere di riflessione su tutta la vicenda del tormentato confine nordorientale, scegliendo come data il 21 Marzo, cioè quella dell’ultimo viaggio del Piroscafo “Toscana” con a bordo gli esuli istriani.

Invece, all’apparenza innocente, la scelta del 10 Febbraio, nasconde delle controindicazioni.

Infatti, si tratta della firma del Trattato di Parigi del 1947 da parte dell’Italia, pertanto tale scelta, dava una luce totalmente diversa, poiché in questo modo si rischiava ( o forse, per qualcuno sarebbe più opportuno scrivere, si tentava) di porre sotto accusa il Trattato stesso in cui l’Italia era chiamata a rendere conto dei misfatti fascisti e della partecipazione attiva alla più spaventosa carneficina della storia. Sulla veridicità o meno di questo rischio, basta vedere  gli approdi successivi del dibattito pubblico nazionale, in cui sempre più spesso si è cercato di criminalizzare tanto la resistenza jugoslava, quanto quella italiana a guida comunista, con l’ormai trita e ritrita formula  della “doppia obbedienza” (“all’Italia ed a Stalin”) e con la parificazione di fatto tra chi i nazisti li aveva combattuti con sforzi e sacrifici immani, e chi con gli stessi ci collaborava essendone alle dirette dipendenze ( ci sarebbero una miriade di esempi da fare, ma mi limiterò, ad esempio, a ricordare il conferimento di una medaglia al valore per l’ultimo Prefetto fascista di Zara Vincenzo Serrentino).

Non può meravigliare, in questo clima avvelenato, la legittimità acquistata dalle forze dell’estrema destra, proprio grazie a questo argomento che li ha visto spesso e volentieri in simbiosi con elementi del centrodestra che dovrebbero (almeno nelle intenzioni) essere più moderati, ma che non si sono rivelati tali, partecipando  anche a contestazioni violente, o nel migliore dei casi, avviando un vero e proprio linciaggio mediatico, come quello di cui è costantemente  vittima una ricercatrice,  Alessandra Kersevan, che solo perché non vuole adeguarsi al canovaccio, viene tacciata di negazionismo, proprio come quegli storici ( o presunti tali) che negano l’esistenza della Shoah, a voler rafforzare quel  legame a doppio filo tra le due date nell’immaginario collettivo nazionale.

E’ alla luce di ciò che non bisogna sottovalutare le frequenti affermazioni di Berlusconi su Mussolini e che io mi permetto di dissentire dallo storico Sabbatucci (che fu uno dei collaboratori alla realizzazione della fiction citata sopra) perché non si può parlare di cultura “afascista”, per chi è stato il principale sdoganatore dei neo-fascisti nel nostro paese.

Purtroppo in certi casi, una bugia ripetute tante volte diventa verità, uno di questi casi è proprio quello della rilettura storica di certi avvenimenti, che raramente avviene in maniera serena e scientifica, ma che spesso si piega a ragioni di contingenza politica, con l’aggravante delle tragiche condizioni in cui versa la ricerca, sempre di più alla mercè di investitori privati, non sempre interessati alla correttezza delle stesse ricerche.

Bisognerebbe, pertanto, rendersi conto che la storia non si può fare con ricordi selezionati calati dall’alto, ma con una valorizzazione costante dei lavori prodotti dallo studio serio, dall’onestà intellettuale e dal rigore storico, per impedire che il sapere storico diventi una sorta di supermercato in cui chi voglia manipolare la realtà possa assemblarne un’altra distante dalla realtà, e connivente col vecchio, ma sempre valido adagio, secondo cui chi controlla il passato, controlla il presente, e purtroppo probabilmente anche il futuro.

Per ulteriori collegamenti:

http://www.nuovaalabarda.org/

http://http://temi.repubblica.it/micromega-online/10-febbraio-la-giornata-del-ricordo-e-il-revisionismo-sulle-foibe/

http://controrevisionismo.blogspot.com

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5 pensieri su “L’Italia e la memoria con-divisa

  1. Come fai a parlare di onesta intelletuale e rigore storico, se a priori neghi le foibe,il triangolo rosso e le stragi partigiane.Non esistono morti di serie a e di serie b,sono tutti morti,quindi bisogna avere rispetto a prescindere da Auschwitz ai repubblichini di salo’,da le fosse ardeatine alle foibe.Ricordati una cosa la storia è sempre scritta dai vincitori,quindi molte versioni verranno sempre insabbiate,si preferisce lavare i panni sprochi in casa,piuttosto che farli vedere.Ci sarebbero motissime cose da dire sulla resistenza,sui russi(ricordi la foresta di Katyn),gli americani dai bombardamenti ai civili(cassino,milano,lo stesso duomo di catanzaro)per non parlare di come sono entrati in sicilia(Lucky Luciano sai chi è?) agli stupri,come molte porcherie hanno combinato i tedeschi e i fascisti.Se si fosse obbiettivi,stai tranquillo che molte medaglie al valore per la resistenza verrebbero tolte,non ci sarebbe più un 25 aprile da festeggiare,ne liberatori da ossannare.Un consiglio non tentare di essere obbiettivo e parlare di onesta’ intellettuale quando sei palesemente di parte.

    • Ti ringrazio per il consiglio non richiesto che ti sei sentito in dovere di dare, ma essendo laureato in storia ed avendo studiato dettagliatamente le vicende in questione ( e ti assicuro con docenti che erano tutto fuorchè “cattivi maestri”), non provo attrazione per gli slogan qualunquisti.
      Se avessi letto più attentamente il post, avresti compreso che le foibe e il “Triangolo Rosso” non vengono affatto negati; vengono semplicemente ricollocati all’interno di un contesto generale di guerra che provocò 45milioni di morti di cui, a voler esagerare, solo 10.000 appartengono a quelle vicende.
      Sicuramente non esistono morti di serie A e morti di serie B, ma non si può dimenticare la vita precedente: chi ha scatenato la più grande carneficina dell’umanità, chi ha aggredito ( tra l’altro senza neanche dichiarazione di guerra), chi era mosso dall’odio e dalla sopraffazione, non può essere paragonato a chi si è dovuto difendere da un’aggressione subita,
      E’ questo l’atto disonesto: sigillare il ricordo e dare il via a quelle narrazioni tossiche che questo blog si prefigge di combattere.
      Sperando di non essermi dilungato troppo, ti auguro buona giornata e, se ne avrai voglia buono studio.

    • Qui non si stava parlando di come si è sviluppata la guerra,ti chi ha ragione o di chi è intorto,stavamo parlando di vittime,nessuno autorizza le persone che in passato sono state vittime di un ingiustizia a diventare carnefici.Cmq il fatto stesso che non riesci ad accettare una critica,prendendotela semplicemente per un consiglio,fa di te una persona faziosa,sono contento per te che sei laureato in storia,ma per come la usi,non ti servirà a un granchè….Ricordati che nessuno avra’ mai la verità assoluta dalla sua parte,il confronto con persone che la pensano diversamente da te,potrà solo aiutare a far crescere sia te stesso,che il tuo blog.Scusa se mi sono permesso di darti un consiglio….Dimenticavo sei laureato in Storia,tu hai ragione,gli altri mentono..

      • Il discorso mi sembra un pò diverso: se prima mi rimproveri di non usare rigore storico, poi devi quantomeno attenerti a quello e non scivolare sulla questione pietistica con quelle frasi prefabbricate come ad esempio che chi in passato è stato vittima non è autorizzato a diventare carnefice, che combinazione, fuoriesce sempre dagli ambienti dei primi carnefici, poi mi piacerebbe vedere il comportamento di tutti questi profeti della non-violenza in un contesto simile. I consigli e le critiche costruttive sono ben accette, chi si pone con supponenza per partito preso e non fa altro che sciorinare frasi fatte, molto meno..

  2. Pingback: “..Marciavamo con l’animo in spalla!” | Il becco del Tucano

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