Dentro e oltre il 19 Ottobre…

il manifesto di convocazione per il corteo del 19 Ottobre
il manifesto di convocazione per il corteo del 19 Ottobre
Il corteo del 19 Ottobre potrebbe aver segnato un nuovo punto di partenza nelle lotte sociali, grazie alle prospettive che ha  aperto riuscendo ad unire in un’unica piazza tematica diversi movimenti e varie istanze accomunate dal rifiuto verso i modelli sociali ed economici imposti in questi anni.  
 

Sin da quando mi sono messo in viaggio per Roma, ho iniziato a pensare al modo migliore per scrivere un articolo sulla giornata del 19 Ottobre. Immediatamente, ho optato per prendermi qualche giorno di tempo, sia per poter riflettere a freddo su quanto sarebbe successo, sia per lasciare l’onore e l’onere dell’immediatezza a chi il giornalista lo fa di professione e, si era distinto per un’opera  a metà strada  tra  la “persuasione” ed il “terrorismo psicologico” già nei giorni immediatamente precedenti. Poco importa se questo sia stato fatto per adesione convinta ad un modello di società inevitabilmente in antitesi con quello portato in piazza dai manifestanti, o perché essi, per dirla come Grillo, “tengono famiglia” e sono costretti alla prostituzione intellettuale nei confronti dei direttori dei principali quotidiani, emanazione diretta dei gruppi di potere italiani. Quello che è incontrovertibile è che la marcia di avvicinamento al corteo è stata costituita da un clima di caccia alle streghe, montato ad arte dai media che hanno calcato la mano con gli arresti di “black-block”, che automaticamente si trasformavano in “terroristi”, presunti rinvenimenti di armi, lo stato “allerta massima”,  gli inviti a chiudere i negozi onde evitare il saccheggio e di tanti altri espedienti. Sembrava scontata la riproposizione del 15 Ottobre del 2011 e dei suoi scontri di piazza e, perché no, magari di una nuova campagna  come quella promossa da “Repubblica” che invitava a riconoscere e denunciare anonimamente le persone coinvolte negli scontri, alla faccia del progressismo.

Anche alla luce della scarcerazione dei sei arrestati, penso si possa tranquillamente affermare che, per riempire le loro pagine, i quotidiani hanno dovuto lavorare di fantasia più del previsto per non affrontare le questioni che questa giornata ha posto concretamente. Questioni scottanti e più che mai urgenti che sono state poste davanti agli occhi dell’opinione pubblica, ma anche, e soprattutto della classe dirigente.

Il fatto che il punto di partenza di questa manifestazione fosse quella stessa Piazza San Giovanni che solo due anni prima era stata il teatro dei furibondi scontri, ha acquisito un altissimo valore simbolico. Li’, infatti, il movimento ha vissuto un vero e proprio punto di non ritorno, una divisione insanabile tra anime che  a lungo andare hanno scoperto di avere più differenze che analogie anche nelle loro pulsioni. Da un lato, la frustrazione di chi avrebbe voluto che quella giornata si concludesse con un comizio dei leader di quelle forze istituzionali che avrebbero dovuto capitalizzare quel patrimonio umano in vista di elezioni che, all’epoca erroneamente, si pensavano imminenti; dall’altro, la rabbia di coloro che rifiutavano di farsi rappresentare da questi soggetti ed hanno sfogato la mancanza di agibilità sociale e politica, scavalcando le stesse strutture che li avevano portati in piazza, scagliandosi contro la polizia e tutti quei simboli di un potere sempre più sordo alle proprie istanze. Si può tranquillamente affermare che la mobilitazione di quest’Autunno sia la logica conseguenza di quella giornata, col risultato di due manifestazioni distinte e separate sia a livello temporale che a livello concettuale. Dapprima è sceso in piazza chi in una cornice di esaltazione della legalità, ha voluto difendere la Costituzione dall’ennesimo attacco e che non ha fatto nulla per nascondere il vero obiettivo dell’adunata: cercare di ricreare, per l’ennesima volta, un centro-sinistra che grazie all’appoggio della società civile possa in qualche modo influenzare o, quanto meno, condizionare la linea del PD. Sette giorni era il turno di quelli che, almeno a sentire i giornali, sarebbero “i cattivi”, “i professionisti della violenza”, gli “infiltrati”, la “minoranza di mele marce” che rovina sempre ogni manifestazione; che in vista di quella giornata, elevando l’illegalità diffusa a metodologia d’azione, parlava chiaramente di “assedio” e “sollevazione generale”.                                                                                                                                           Ma questa volta i conti non sono tornati e non mi riferisco solo al fattore numerico ( in cui la manifestazione “minoritaria” poteva contare quasi il doppio delle presenze rispetto a quella filo-istituzionale ), ma per molti altri fattori.

Aldilà degli scontri sotto il Ministero dell’Economia e di tutte le dissertazioni del caso verso un  gesto che alla fine si è rivelato sintomatico del malessere provato dalla gente comune nei confronti di uno dei simboli dell’attuale crisi, delle storture da essa prodotte e della superficialità con cui viene affrontata, questa giornata ha molto altro da raccontare.

Innanzi tutto, per capirne pienamente la portata, bisogna analizzare tutta la settimana precedente ed anche oltre. È stato un percorso di avvicinamento che ha toccato molte città attraverso nuove occupazioni a scopo abitativo, azioni di sensibilizzazione a difesa dell’ambiente e dei territori sotto attacco speculativo, un rinnovato protagonismo universitario, lo sciopero dei sindacati di base del giorno precedente e molto altro ancora. Sono questi i soggetti che hanno  dato vita ad un corteo straordinariamente numeroso, ben oltre le più rosee aspettative. Nonostante sia stato “determinato” e con parole-chiave inequivocabili, questo corteo non è stato l’ormai solito appuntamento d’Ottobre per “addetti ai lavori” ed a tratti autoreferenziale. A riempire la piazza, c’era chi sta pagando sulla sua pelle la crisi, chi, suo malgrado, convive da anni con la precarietà e con la consapevolezza di non avere futuro ed è stato costretto a familiarizzare forzatamente con la parola “austerity” declinata in tutti i suoi odiosissimi aspetti. È stata la piazza dei disoccupati, dei precari, degli immigrati, di chi combatte l’emergenza abitativa, degli studenti e di tutte le altre categorie tagliate fuori dal ciclo di produzione. Nella strada si respirava chiaramente la rabbia di chi ancora si ritiene parte di una classe sfruttata, sconfitta e tradita, e per questo consapevole del bisogno di rinnovarsi e cercare strade nuove, ma non per questo si è rassegnato a vivere con la testa bassa. E’ da tutte queste esigenze che è nato questo tentativo, l’ennesimo ma probabilmente il più concreto da diverso tempo a questa parte, di autorganizzazione al fine di incanalare questo furore in maniera propositiva e non restare semplici spettatori passivi della definitiva scissione tra capitalismo e democrazia in nome del profitto e dei mercati.

Sicuramente sarà un percorso lungo e tortuoso che porterà inevitabilmente allo scrostamento di qualche vecchio dogma arrugginito ed alla modernizzazione di altri. L’esempio più illuminante sembra riguardare proprio le forme della protesta, che dall’ “accampata” di Porta Pia è ritornata nella quotidianità dei vari territori, fortunatamente sembra lontano dall’esaurirsi, sfatando così finalmente anche il tabù del “day-after”, che dopo le grandi giornate campali di piazza vede gli animatori delle stesse tornare alla loro vita “ordinaria”. Nessuno ha la palla di cristallo per poter dire in anticipo come andrà a finire, ma di questi tempi è già positivo constatare che sta nascendo un qualcosa di nuovo che provi a dare voce dignità e protagonismo a tutti quei soggetti che da tanto, troppo tempo ne sono stati privati.

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Un pensiero su “Dentro e oltre il 19 Ottobre…

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